STYLE

23 Dicembre 2025

Articolo di

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Anna Paola Parapini

La mise en place come linguaggio della moda

STYLE

23 Dicembre 2025

Articolo di

Anna Paola Parapini
Mise en Place moda Saint Laurent dinner Bureau Betak
BUREAU BETAK

La mise en place come linguaggio della moda

Negli ultimi anni la moda ha progressivamente spostato il proprio baricentro: non più soltanto collezioni, sfilate e immagini patinate, ma esperienze. Eventi che durano una sera, cene riservate, allestimenti pensati per essere vissuti e ricordati più che consumati. In questo slittamento di senso, la mise en place ha assunto un ruolo inaspettatamente centrale, trasformandosi in uno strumento narrativo a tutti gli effetti. La tavola non è più un accessorio dell’evento, ma un dispositivo espressivo che funziona come un look, una scenografia, una dichiarazione di intenti. Non si tratta di linee home o di oggetti branded – che pure esistono – ma di un uso più sottile e concettuale della tavola come linguaggio. La moda, oggi, apparecchia per raccontarsi.

Saint Laurent a Venezia: la tavola come estensione del codice estetico

L’esempio più chiaro di questa trasformazione è la cena firmata Saint Laurent a Venezia, diventata virale proprio perché perfettamente coerente con l’identità del brand. Nulla, in quella mise en place, era decorativo in senso tradizionale. La palette ridotta, dominata da nero, oro e toni profondi, la rigidità delle composizioni, la luce controllata e quasi cinematografica costruivano un’immagine che sembrava uscita da una campagna del marchio più che da un contesto conviviale.

La tavola funzionava come una sintesi visiva dell’universo Saint Laurent: severa, sensuale, notturna. Non accoglieva nel senso classico del termine, ma imponeva un’atmosfera. Esattamente come fanno gli abiti del brand. In questo caso la mise en place non accompagna l’evento, lo definisce. Diventa una superficie narrativa che prolunga il codice estetico della maison nello spazio e nel tempo, rendendo l’esperienza memorabile quanto un défilé.

Dalla passerella al convivio: quando la moda sceglie l’esperienza

Sempre più brand utilizzano la tavola come luogo di messa in scena, soprattutto in contesti non ufficiali, lontani dalla ritualità della sfilata. Le cene diventano un terreno privilegiato perché permettono una relazione più intima, meno frontale, ma non per questo meno costruita. La moda non rinuncia al controllo dell’immagine: lo trasla.

In questo contesto si inserisce We Are Ona, collettivo francese fondato da Luca Pronzato e attivo dal 2019, che fonde cucina, design e arte in eventi immersivi. Il loro approccio parte dalla scelta dello spazio: spesso non tradizionali, talvolta spazi dimenticati o architetture storiche, sempre coerenti con il contesto. La mise en place diventa un racconto completo: dai materiali dei tavoli alle sedute, dai dettagli della luce alla disposizione dei piatti, tutto è pensato per generare un’esperienza multisensoriale.

We Are Ona collabora con chef di diverse nazionalità e livello di esperienza, dal fine dining ai talent emergenti, e con brand come Jacquemus, Saint Laurent e Chanel, traducendo in forme conviviale l’identità estetica dei marchi. In queste cene, il lusso non è ostentazione ma relazione, e ogni elemento diventa simbolo narrativo.

Mise en Place moda Jacquemus dinner Versailles We Are Ona

We Are Ona

Jacquemus e la costruzione di un immaginario solare

All’estremo opposto, ma con la stessa lucidità narrativa, si colloca l’approccio di Jacquemus. Le cene e gli eventi del brand, spesso ambientati all’aperto, giocano su un’estetica apparentemente spontanea: tavoli lunghi, materiali naturali, lino stropicciato, fiori di campo, colori caldi. Ma dietro questa apparente semplicità si nasconde una costruzione visiva estremamente precisa.

La mise en place di Jacquemus traduce in forma conviviale ciò che il brand fa sulle passerelle: raccontare un’idea di Mediterraneo filtrata, stilizzata, iconica. La tavola diventa una moodboard tridimensionale, un’estensione diretta delle collezioni. Non c’è nulla di casuale, nemmeno quando tutto sembra esserlo. È lo stesso principio per cui un abito può sembrare semplice pur essendo il risultato di un controllo formale rigoroso.

In questo senso, la mise en place agisce come un linguaggio emotivo: non comunica status, ma appartenenza a un immaginario.

La grammatica: fiori, luce, composizione

Analizzando questi esempi emerge una grammatica comune. I fiori non sono mai semplici centrotavola: diventano volumi, masse cromatiche o elementi narrativi che dialogano con l’identità del brand. La luce è trattata come in un set fotografico: mai neutra, sempre funzionale alla costruzione dell’atmosfera. Le composizioni giocano su pieni e vuoti, simmetrie e rotture studiate, come se la tavola fosse una pagina da impaginare. Anche il cibo entra nella scena come elemento visivo: colori, forme e disposizione diventano decorazione a tutti gli effetti, contribuendo al racconto senza essere mero consumo. La mise en place diventa così linguaggio visivo e sensoriale, orientando lo sguardo e guidando l’esperienza.

La tavola come dispositivo di memoria

Ciò che rende la mise en place così centrale nella comunicazione contemporanea della moda è la sua capacità di produrre memoria. Una cena dura poche ore, ma le immagini che ne derivano – spesso pensate già in fase di progettazione – restano. Circolano sui social, diventano reference, costruiscono un immaginario condiviso. La tavola è uno spazio altamente fotografabile, ma soprattutto è un luogo carico di significato simbolico: convivialità, ritualità, intimità.

Nel contesto del lusso contemporaneo, sempre più orientato verso l’esperienza piuttosto che il possesso, la mise en place diventa uno strumento perfetto. Non si compra, si vive. Non si archivia, si ricorda. La differenza sostanziale rispetto al passato sta proprio qui. Non è più l’oggetto a essere centrale, ma il racconto che lo circonda.

La moda utilizza la tavola per mettere in scena i propri valori, per costruire mondi temporanei ma estremamente densi di senso. Come una sfilata, come una campagna, come un film. In questo scenario, la mise en place non è più un dettaglio. È una forma di linguaggio. E come ogni linguaggio, richiede coerenza, visione e consapevolezza. La moda lo ha capito, e per questo oggi apparecchia non solo per accogliere, ma per raccontare.

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