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17 Marzo 2026

Articolo di

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Michela Frau

Giornali di moda italiani che non esistono più

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17 Marzo 2026

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Michela Frau
Moda rivista giornali italiani Vittorio Corona
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Giornali di moda italiani che non esistono più

Vanzago custodisce un tesoro. Oltre 75 mila pubblicazioni – tra giornali di moda, libri e lookbook – giacciono impilate sugli scaffali che corrono lungo le pareti dell’immenso loft sede della Milano Fashion Library. Realtà unica nel panorama italiano, e senza dubbio anche in quello mondiale, classificabile sia come archivio/biblioteca sia come libreria (è possibile infatti acquistare anche i volumi), raccoglie un patrimonio che copre un arco temporale che dal 1850 arriva fino a oggi.

Tutte le nazioni sono coinvolte. Tutte le riviste che hanno raccontato decenni e decenni di storia della moda sono disponibili. Va da sé che il progetto nato dall’intuizione di Diego Valisi, appassionato collezionista con alle spalle una carriera nell’editoria di settore, è divenuto punto di riferimento per studenti, professionisti, maison di tutto il mondo e per chiunque desideri immergersi (previa sottoscrizione di una membership card) in un viaggio immersivo per fare ricerca, viaggiare tra le ispirazioni e assaporare i fasti di una realtà che oggi appare molto (e sempre più) lontana.

Fine o metamorfosi di un sistema? Questo è il quesito che viene naturale porsi osservando la mole dei giornali di moda un tempo pubblicati in Italia. Negli ultimi decenni, complice una serie di fattori differenti, tra cui il cambiamento delle abitudini dei lettori e la dirompenza dell’informazione digitale, il panorama dei periodici femminili (e non solo) ha subito non pochi stravolgimenti, pur mostrando, a dispetto di altri generi, una riconoscibile resilienza. A fronte di realtà che hanno mantenuto la loro storica rilevanza, o di altre che hanno mutato forma per adeguarsi alle esigenze dei nuovi tempi, ve ne sono altrettante (anche in Italia) che hanno chiuso i battenti, calando di fatto il sipario su storie intrise di idee visionarie, grafiche rivoluzionarie e rubriche cult. Il tutto condito poi con un sano tocco di glamour.

Milano Fashion Library archivio giornali italia moda Milano

Milano Fashion Library

Otto sono le pagine pubblicate con cadenza settimanale che diedero inizio, nel 1804, alla storia dei giornali di moda in Italia. Sebbene, già sul finire del Settecento, fossero comparsi alcuni periodici dedicati al pubblico femminile – per lo più contenenti raffigurazioni degli abiti in uso nelle corti francesi e consigli per la toilette, come Il giornale delle nuove mode di Francia e Inghilterra, mensile milanese pubblicato dalla stamperia Pirola – è opinione condivisa dalla grande maggioranza degli esperti ritenere il Corriere delle dame il primo (effettivo) giornale di moda italiano.

Sarà forse per l’ampiezza degli argomenti trattati, che spaziavano dalla letteratura al teatro, dall’arte fino alla politica. O per la portata rivoluzionaria delle idee della sua prima direttrice, Carolina Arienti Lattanzi, che introdusse le inserzioni a pagamento, avviando di fatto quel fondamentale rapporto con la pubblicità che avrebbe assicurato un futuro al genere. Da lì in poi i giornali di moda si moltiplicano.

Tra il 1861 e il 1920, solo a Milano nascono 75 giornali di moda. Ma è tra le due guerre che la stampa femminile si svincola definitivamente da quella francese e inglese: sono gli anni in cui vedono la luce, ad esempio, Lidel (1919) e Sovrana (1927), che diventerà qualche anno più tardi Grazia, come la conosciamo oggi. I decenni successivi sono quelli della golden age: dalla prima metà degli anni ’50 ai primi anni ’70 si registra una grande diffusione dei settimanali, mentre tra il 1985 e il 1995 – quando Milano diventa la capitale del prêt-à-porter – le testate si fanno portavoce del Made in Italy nel mondo, con pagine sempre più ricche di pubblicità (penso, ad esempio, a Vogue, la cui edizione italiana viene fondata nel 1965 in seguito all’acquisizione di Novità da parte di Condé Nast). Dopo un ultimo picco nei primi anni Duemila, la raccolta pubblicitaria sulla carta cala e si apre una lunga stagione di chiusure e riposizionamenti.

Ma quali sono le testate su cui è calato il sipario?

Linea Italiana ha documentato la golden age del Made in Italy e il sistema tessile italiano, tanto da essere ufficialmente designata «rassegna ufficiale della moda italiana». Fondata nel 1965 come semestrale da Aracne di Milano, tre anni dopo passò alla Arnoldo Mondadori Editore, che ne aumentò le uscite: prima trimestrale, poi bimestrale, fino a farla diventare mensile nel 1973. La rivista cessò le pubblicazioni alla fine del 1985. 

Linea Italiana rivista giornale italia moda

Edita da Condé Nast Italia e nata dal genio di Flavio Lucchini nel 1977, Lei era la testata delle collezioni giovani, quella delle seconde linee, del denim e dello sportswear. È stato il giornale per le giovani e il giornale dalle giovani, spesso immortalate dall’obiettivo di celebri fotografi, come Oliviero Toscani. Ma è stato anche il mensile in cui è stato possibile assaporare quanto Franca Sozzani – nominata direttrice nel 1980 -avrebbe poi portato da Vogue Italia: la rivoluzione. La testata venne chiusa nel 1991 da Condé Nast per far spazio agli altri femminili del gruppo (come Vanity Fair Italia).

Lei giornale rivista italia moda edizione Glamour

Nel 2002 chiude Moda. Fondato da Vittorio Corona nel 1983, il mensile della Nuova Eri – casa editrice della Rai – si distingueva per un approccio pop e innovativo, con una linea editoriale audace e un uso di grafica e fotografia che procedevano di pari passo, contribuendo a raccontare la moda come fenomeno sociale. Il successo fu tale che nacque una trasmissione televisiva omonima su Rai Due, sempre diretta dal giornalista siciliano. Dieci anni dopo la fondazione, la casa editrice cedette la rivista, che avrebbe chiuso definitivamente pochi anni più tardi.

Moda rivista giornali italiani Vittorio Corona

Moderna. Nello stile, nel linguaggio e nella fotografia. Donna, mensile fondato da Flavio Lucchini e Gisella Boroli, iniziò la sua storia nel 1980, pubblicato da Edimoda, casa editrice italiana partecipata dallo stesso Lucchini e dal gruppo Rizzoli/Corriere della Sera. Nelle sue pagine d’avanguardia, grandi fotografi e stilisti – alcuni dei quali debuttarono proprio tra le sue pagine – contribuivano a creare un mensile considerato per anni competitor di Vogue. La testata, nel tempo, passò sotto il controllo di Rusconi, che acquisì la casa editrice, e successivamente di Hachette (ora sotto Hearst), fino a chiudere definitivamente nel 2005.

Donna giornale rivista moda Flavio Lucchini Gisella Boroli

Fresco. Originale. Fluo. Di grande formato. Oltre 580 pagine per il primo numero, pubblicato nel 2006. Velvet, supplemento mensile del quotidiano la Repubblica – acquistabile anche separatamente – era un progetto innovativo, diretto da Michela Gattermayer fino al 2011, anno in cui fu sottoposto a un restyling che ne ridusse il formato e ne modificò la riconoscibile veste grafica. La sua storia, però, terminò l’anno successivo, nel 2012 venne infatti pubblicato l’ultimo numero.

Velvet rivista giornale moda italia

Velvet rivista giornale moda italia

Prima Lei. Poi Annabella. Anna. Infine A. La storia del settimanale di Rizzoli inizia nel 1933 con il nome Lei, che cinque anni dopo diventa Annabella, in seguito alla campagna del regime fascista contro l’uso del pronome straniero. In breve tempo il giornale si afferma come punto di riferimento per moda, costume e vita familiare, anche grazie ai consigli della giornalista Brunella Gasperini, che nella sua rubrica instaurò un dialogo aperto e franco con le lettrici, affrontando temi come divorzio, aborto, famiglia e politica. Nel 1983 la rivista diventa Anna e, nel 2007, sceglie un nome ancora più essenziale: A. Nel 2013 arriva infine la chiusura.

Annabella Anna A Giornale rivista italia moda

«Il nuovo mensile, progettato per le donne di oggi, è destinato a superare in modo innovativo la concezione del mensile femminile lifestyle. Contemporaneità, stile, semplicità sono le tre parole chiave che lo definiscono». Così Mondadori presentò al grande pubblico, nel 2003, il suo nuovo progetto: Flair. Rivolto a donne consapevoli e disincantate – secondo la definizione del Gruppo di Segrate – il mensile chiuse i battenti nel 2016, non prima di aver debuttato all’estero (è del 2008 la nascita della versione austriaca), di aver cambiato più volte stile – nel 2012, quando venne affidato alla direzione di Emanuele Farneti – e di essere approdato online con una versione web, proprio nell’anno della sua chiusura.

Flair giornale rivista donna moda giornali italiani

Più di ottant’anni di storia. Era il marzo del 1937 quando nacque Gioia!, longevo mensile che ha raccontato l’universo femminile e le sue trasformazioni nel corso dei decenni. Prima consigli per mogli e madri, poi divorzi, tematiche sociali e politiche. E ancora moda, beauty e design. Tutto questo nelle pagine del magazine di Hearst Italia, che nel 2018 decise di cessarne la pubblicazione, trasferendo l’intera redazione in Elle, contestualmente trasformato in settimanale.

Il 3 dicembre 2019 usciva l’ultimo numero di Glamour Italia. «Glamour è un brand ancora importante per fatturato, ma il suo target, giovani donne attorno ai 20 anni, si è spostato e si sposterà sempre di più su piattaforme diverse dalla carta», affermava l’amministratore delegato di Condé Nast, Fedele Usai, alla vigilia della chiusura del mensile, che arrivò in Italia nel 1992 sotto la direzione di Grazia D’Annunzio. Primo magazine in formato pocket in Italia, nel 2012 veniva definito dalla stampa il mensile femminile più letto del Paese. Eppure, questo non ne impedì la chiusura.

Nonostante le numerose chiusure, più che di crisi sarebbe forse opportuno parlare di mutazione. C’è chi, infatti, ha evidenziato un rinnovato impegno verso il ritorno alla carta stampata. I giornali di moda continuano a esistere, ma assumono sempre più spesso la forma di oggetti da collezione: più pagine (ma comunque meno rispetto ai picchi degli Anni Novanta), carta più spessa e meno uscite annuali. «Vogliamo che i nostri servizi e le nostre cover story siano percepiti come qualcosa di significativo, da conservare», ha dichiarato a tal proposito Chloe Malle, Head of Editorial Content di Vogue America, che nel 2026 è passata da un’uscita mensile a otto numeri l’anno, pubblicati in corrispondenza di eventi e momenti chiave. Stesso discorso per Vanity Fair e per le testate del gruppo Hearst Magazines, che ha iniziato a ridurre la periodicità a partire dal 2020. La carta si veste di un nuovo abito e diviene l’antidoto al consumo frenetico dei contenuti, un invito alla (tanto agognata) lentezza.

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