Giardino dei Tarocchi, in Toscana c’è un parco che sembra costruito da Gaudì
ART & DESIGN
4 Aprile 2026
Articolo di
Beatrice Nicolini
Giardino dei Tarocchi, in Toscana c’è un parco che sembra costruito da Gaudì
Che sia attraverso una mostra, come “Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna” presentata all’Accademia Carrara di Bergamo, o una pagina Instagram, come quella di Trevor Ballin, che legge le carte a celebrities e direttori creativi catturando l’esperienza in un post, sorte e fortuna si affermano come una costante passione del mondo artistico. Sarà l’enigmatica tensione tra sacro e profano a esserne complice, oppure, un semplice gioco del fato. Ma esiste un luogo a Capalbio, nel Sud della Toscana, dove il fascino del mazzo di carte, visto come lettore del destino, si tocca con mano.
Si tratta del Giardino dei Tarocchi, la cui realizzazione, iniziata nel 1978 e durata più di 20 anni, si deve alla mente di Niki de Saint Phalle, l’artista franco-statunitense che, con 22 sculture dedicate a ogni Arcano Maggiore, ha trasposto il simbolismo relegato, in origine, al mazzo di carte, in uno spazio immerso nella natura, dove ogni opera porta con sé un nome e un significato specifico, e tra sentieri e cespugli unisce il mondo dei Tarocchi a una ventata artistica gaudiniana, anche grazie ai materiali utilizzati durante la produzione.
Niki de Saint Phalle ha infatti preso ispirazione proprio da Antoni Gaudì durante un viaggio in Spagna a metà degli anni ‘50, che le permise di entrare in sintonia con le opere dell’artista catalano: un incontro che pare porre le proprie radici, in particolare, a Parco Güell, vista l’applicazione di specchi, ceramiche (prodotte in loco) e rivestimenti in mosaico visibili nel Giardino toscano, che ricordano molto la tecnica del trencadis.
Il parallelismo, se vogliamo, rientra anche nella dedizione comune a entrambi gli artisti. In Gaudì la si osserva soprattutto nella costruzione della Sagrada Familia, alla quale dedicò l’ultima parte della sua vita, vivendo addirittura al suo interno (e nonostante ciò, non la vide mai ultimata). In Saint Phalle, che similmente visse per un periodo lungo sette anni all’interno della scultura “Imperatrice” (nota anche come “sfinge” vista la forma della struttura), la si osserva nella perseveranza dimostrata durante la costruzione del progetto.
Infatti, nonostante le condizioni di salute critiche dell’artista, che la portarono a trasferirsi in California nel 1994, continuò a portare avanti progetti relativi al Giardino – come un labirinto, che aveva in mente di costruire al suo interno – fino alla sua dipartita nel 2002, momento in cui, per sua stessa volontà, si arrestò la produzione.
La realizzazione del parco, ad ogni modo, si deve anche ai numerosi artigiani che vennero inclusi nel progetto nel corso del tempo e che, insieme a un gran numero di abitanti della zona, contribuirono al suo completamento. Saint Phalle, a sua volta, fu in grado di finanziare e portare avanti la costruzione anche grazie alla creazione del suo (omonimo) profumo, il cui packaging presenta due serpenti in vetro colorato – una figura che pare ricorrente nelle produzioni dell’artista, oltre a quella della donna, nelle sue varie interpretazioni.
Dalle “Nanas”, per cui Saint Phalle è meglio nota, alla “Papessa”, scultura che all’interno del parco simboleggia l’intuizione femminile, l’artista è infatti spesso ricordata per il contributo femminista delle sue opere nel mondo, che svela un’attenzione verso la libertà, l’emancipazione e riscrive i codici e le forme della donna attraverso modelli simili ma dai significati più disparati, anche all’interno del Giardino.
In sculture come la “Temperanza”, la “Forza”, persino nella “Morte” o nel “Mondo”, l’elemento femminile viene infatti rappresentato con centralità, e accompagna la visita nel Giardino in un viaggio quasi vitale, che proprio come negli Arcani Maggiori, attraversa e descrive fasi o simboli dell’esistenza umana, con forme sinuose e colori accesi piuttosto che con linee rette e grigiore, disegnando un regno che ricorda il modernismo di Gaudì e che, come raccontò l’artista stessa, fu “sia il mio maestro che il mio destino”.
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