Il giardino simbolico della moda: i fiori che hanno definito l’identità delle grandi maison
STYLE
28 Maggio 2026
Articolo di
Clara Giaquinto
Il giardino simbolico della moda: i fiori che hanno definito l’identità delle grandi maison
Ci sono fiori che, nella storia dell’arte, sono diventati dei veri e propri manifesti, basti pensare ai girasoli di Van Gogh, alle ninfee di Monet, alle tinte sature degli ibischi di Warhol, fino ad arrivare oggi ai fiori sorridenti di Murakami. Più che semplici soggetti naturali, i motivi floreali hanno inoltre saputo caratterizzare intere correnti estetiche, adattandosi a linguaggi diversi senza smettere di custodire il proprio simbolismo. Lo testimoniano le sfarzose volute del rococò così come le linee sinuose dell’Art Nouveau, che hanno ornato meravigliosi palazzi e vetrate di inizio Novecento. Nella moda accade qualcosa di simile. Per alcune maison, il fiore diventa una firma indelebile, una sorta di codice identitario capace di rivelare, stagione dopo stagione, la visione e l’idea stessa di eleganza di un brand.
ALEXANDER MCQUEEN – LA ROSA
«Tutto ciò che faccio è in qualche modo legato alla natura». Questa dichiarazione di Alexander “Lee” McQueen racchiude l’essenza di un legame viscerale che, per oltre vent’anni, ha posto il simbolismo floreale al centro dell’identità della maison. Nelle mani del designer britannico e, successivamente, in quelle di Sarah Burton, suo braccio destro, la botanica si trasforma in una forza espressiva carica di romanticismo e dramma. La protagonista assoluta di questa narrazione sospesa tra vita e decadenza è la rosa, la regina dei fiori e il simbolo più britannico di tutti, un esplicito richiamo visivo alla storica Rosa Tudor, emblema nazionale d’Inghilterra, celebrata attraverso il potente contrasto tra la delicatezza dei petali e le spine pungenti che la proteggono. Fin dagli anni Novanta, McQueen ha sperimentato tecniche d’avanguardia e manipolazioni dei materiali per esplorare il fascino raffinato e ambiguo di questo fiore.
Nella sfilata Autunno/Inverno 1997, la sensualità della rosa si è materializzata in un tubino di pelle nera, dove petali e spine intagliati al laser lasciavano intravedere il corpo e l’intimo rosso della modella. La ricerca è proseguita nelle stagioni successive attraverso numerose sperimentazioni simboliche nel corso degli anni Duemila. La massima espressione di questa visione si compie nella sfilata Sarabande (Primavera/Estate 2007), rimasta nella storia per l’iconico abito a crinolina realizzato con veri fiori.
McQueen, affiancato da Sarah Burton e da un team di fioristi, scelse di ricoprire il tessuto di organza con centinaia di rose e ortensie fresche. Durante la sfilata, il movimento della modella faceva staccare i petali, che cadevano al suolo lasciando una scia sulla passerella, quasi a rappresentare l’effimerità della bellezza. Burton ha raccolto questa eredità interpretando il linguaggio d’amore che il suo predecessore aveva instaurato con la rosa, continuando a sperimentare con la sua simbologia, trovando anni dopo una risposta più scultorea nel Red Rose dress della collezione Autunno/Inverno 2019. Drappeggiato a manichino dalla designer, questo abito in raso rosso solidifica la fragilità del fiore in una struttura tridimensionale di petali e volumi che ricordano rose in procinto di esplodere.
Questo studio profondo continua fino alla sfilata Primavera/Estate 2024, Anatomy II, un vero e proprio manifesto che ha unito l’anatomia femminile, la figura storica di Elisabetta I e l’arte trasgressiva di Magdalena Abakanowicz attorno a un’immagine centrale: la rosa rosso sangue. Tutto questo percorso creativo, lungo oltre vent’anni di storia, è stato infine celebrato a Londra nel 2019 con la mostra Roses. Un’esposizione curata da Sarah Burton e Sarah Mower che ha svelato i segreti del laboratorio della maison, raccontando come la rosa resti per McQueen il codice più intimo e poetico per raccontare la forza e la fragilità della vita.
CHANEL – LA CAMELIA
Gabrielle Chanel non ha mai spiegato apertamente perché, tra tutti i fiori, proprio la camelia fosse il suo preferito. È un legame che affonda le radici nell’adolescenza di Mademoiselle, quando, a soli tredici anni, rimase profondamente colpita dall’interpretazione di Sarah Bernhardt nella pièce teatrale La signora delle camelie. A quel ricordo si univa il fascino d’inizio Novecento, l’epoca in cui Marcel Proust e una nuova generazione di dandy usavano appuntare delle camelie all’occhiello delle giacche come simbolo di estrema raffinatezza e studiata ambiguità. Seguendo quel suo istinto così caratteristico che la spingeva a rubare i codici del guardaroba maschile per reinterpretarli al femminile, Coco decise di appropriarsi anche della camelia per trasformarla in un emblema di stile ed eleganza.
La storia d’amore ufficiale tra lei e il fiore inizia nel 1913 a Deauville, il giorno in cui Mademoiselle pensò di applicare con assoluta disinvoltura una camelia bianca nella cintura della sua maglia a righe, per poi decidere di inserirla, dieci anni più tardi, nella collezione Chanel, su un semplice tubino nero. Molto più di un puro fiore, la camelia divenne per lei un’ispirazione e un simbolo d’eleganza che l’accompagnerà tutta la vita. Coco ne amava la forma grafica e la purezza, ma anche, paradossalmente, la sua delicatezza nel non emanare alcun profumo. C’era inoltre una forte affinità simbolica tra Mademoiselle e questo particolare fiore senza spine, che, fiorendo d’inverno e sfidando le gelate stagionali rimane fieramente imperturbabile. Proprio come Coco Chanel, la camelia rappresenta una vera forza della natura.
La camelia decorava inoltre le stanze del suo celebre appartamento al 31 di Rue Cambon, in particolare nei grandi paraventi cinesi in lacca di Coromandel, dove la stilista desiderava essere costantemente circondata dai suoi simboli protettivi. Il fiore è stato inoltre tradotto in immagini iconiche, come nel 1937 quando la stilista posò per l’obiettivo di Sir Cecil Beaton indossando un lungo abito di pizzo ricamato, stretto da una cintura a catena dorata, e con delle camelie appoggiate sul capo come tocco sofisticato a contrasto con i suoi capelli corvini. Privilegiata rigorosamente in bianco per la sua capacità di illuminare lo spazio come un bouquet di luce, la camelia si presta a un’infinita varietà di stili grazie alla sua geometria rotonda e alla simmetria dei suoi petali, che richiamano naturalmente le due “C” che danno vita al logo della maison.
Nel corso degli anni è stata ricamata, stampata, incisa e plasmata nello chiffon, nel raso, nel tweed o nelle piume. Ha brillato nell’alta gioielleria con diamanti disposti sui petali come gocce di rugiada, ed è sbocciata nell’onice e nella madreperla, fino a ispirare Karl Lagerfeld nella creazione di un monumentale abito da sposa composto interamente da un bouquet di camelie nell’Autunno/Inverno 2005. Per preservare questa risorsa, la maison ha avviato fin dal 1998 una collaborazione con il maestro botanico Jean Thoby, che nel suo giardino botanico di cinque ettari adagiato nel piccolo comune francese di Gaujacq, non lontano da Biarritz, custodisce duemila varietà di Camellia japonica.
Tra i filari di Thoby crescono anche due storici cespi nati dalle piante madri che Gabrielle Chanel ordinò di persona oltre un secolo fa, ed è proprio da questi esemplari che ha preso vita nel 2009 la Chanel Camellia Farm. Importata dall’Asia lungo l’Antica via del Tè nel XVII secolo, la camelia ha trovato in questa parte della Francia un microclima ideale, caratterizzato da temperature estive e invernali perfettamente equilibrate e simili a quelle della Cina e del Giappone. Oggi, questo santuario è al tempo stesso il luogo di conservazione di un tesoro d’archivio e uno strumento d’eccezione per la ricerca cosmetica di Chanel Beauty.
DIOR – IL MUGHETTO
Per Christian Dior, il mughetto rappresentava un frammento d’infanzia legato ai ricordi in Normandia e, soprattutto, un potentissimo portafortuna. Il couturier era così superstizioso da indossarne sempre un mazzolino all’occhiello durante le sfilate e da chiedere alle sue sarte di cucirne segretamente dei rametti negli orli degli abiti da sposa e di alta moda.
Questa devozione ha accompagnato tutta la storia della maison, lasciando un segno indelebile sia sulle passerelle sia nell’alta profumeria, a partire dal 1954, quando Monsieur Dior dedicò al fiore un’intera linea Primavera/Estate, battezzata proprio Muguet. Il culmine di questa ossessione arrivò tre anni più tardi, nella collezione couture del 1957, con il leggendario abito Muguet della linea Libre, un capolavoro ricoperto da centinaia di delicatissimi fiori bianchi ricamati a mano. Anche nel mondo delle fragranze la sua delicata presenza è stata determinante.
Nel 1956 Dior volle farne la nota di testa del suo profumo più celebre, Diorissimo, affidando l’impresa al naso Edmond Roudnitska. Oggi, il profumiere Francis Kurkdjian rende omaggio a questa icona con la fragranza Le Muguet per la collezione Les Récoltes Majeures. Un tributo contemporaneo racchiuso in un’edizione preziosa e numerata, in cui gli artigiani francesi hanno composto interamente a mano il decoro del flacone, impreziosito da foglie realizzate in pelle e fiori di perle cangianti. Dagli anni Cinquanta fino alle creazioni di oggi, il mughetto resta il simbolo più intimo e poetico del lessico di Dior.
GUCCI – FLORA
Tutto nasce da un incontro regale e da un desiderio inaspettato. È il 1966 quando Grace Kelly fa visita alla boutique Gucci di Milano. Ad accoglierla c’è Rodolfo Gucci (figlio del fondatore Guccio Gucci), che insiste per offrirle un dono di benvenuto. La principessa di Monaco fa una richiesta semplice, un foulard di seta floreale, che però mette la maison davanti a una pagina bianca, poiché un motivo del genere non era mai stato realizzato prima.
Rodolfo si mette al lavoro e si rivolge subito all’illustratore Vittorio Accornero de Testa, chiedendogli, letteralmente, un’”esplosione di fiori”. Accornero, già affascinato dal Rinascimento, va a cercare l’ispirazione alle Gallerie degli Uffizi, direttamente tra le pieghe dell’abito di Flora, dea della fioritura, nella Primavera di Botticelli. In appena una settimana nasce così un vero e proprio omaggio alla Toscana e alle radici fiorentine del brand, un disegno libero e non ripetitivo che racchiude ventisette specie floreali autoctone del territorio, tra cui rose, peonie, anemoni, tulipani e iris. Per stamparlo senza sovrapporre i colori e mantenere una ricchezza quasi pittorica, gli artigiani milanesi applicano separatamente oltre trenta sfumature diverse mediante diversi strati di carta da buratto.
Il risultato è un capolavoro di artigianato, un quadro da indossare “all-over“, che per gli anni Sessanta è una rivoluzione tecnica. A partire dagli anni Settanta e Ottanta, la stampa Flora diventa parte del DNA di Gucci, quando invade il prêt-à-porter e gli accessori, fino a culminare nella storica sfilata del 1981 alla Sala Bianca di Palazzo Pitti. Dopo una fase più minimalista, nel 2005 Frida Giannini riporta il motivo sotto i riflettori, mossa dai ricordi d’infanzia legati ai foulard di sua madre e sua nonna. Successivamente, Alessandro Michele ne fa un manifesto del suo massimalismo romantico, arrivando a modificarne la composizione originale per intrecciare i petali alle spire di un serpente, dando vita alla celebre variante Flora Snake. Sessant’anni dopo quel primo foulard, la stampa Flora continua a fiorire e a mostrare la sua incredibile versatilità nelle ultime collezioni della maison sotto la guida creativa di Demna.
KENZO – IL PAPAVERO
Se c’è uno stilista che ha portato l’energia del flower power a Parigi, quello è Kenzo Takada. Fin dagli anni Settanta, Kenzo ha infuso nelle sue creazioni energia positiva e una libertà contagiosa, proclamando con audacia una moda policroma e senza frontiere, capace di celebrare la natura e la diversità culturale. Le sue sfilate erano vere e proprie feste piene di stampe colorate e richiami botanici dove nei pattern floreali compare presto il papavero. Ma uno dei passaggi più importanti del brand si compie nel 2000 e nasce attorno a un paradosso: celebrare il papavero, un fiore forte e resiliente, capace di crescere ovunque, persino tra le crepe dell’asfalto cittadino, pur essendo per sua natura delicatissimo e completamente inodore.
L’impresa di dare voce a questo “fiore muto” viene affidata almaître parfumeur Alberto Morillas, che, non potendo estrarre alcuna essenza dai petali, inventa da zero il profumo del papavero. Con questo suo atto di immaginazione olfattiva riesce a creare un accordo unico, capace di evocare la sensazione di un campo fiorito nel bel mezzo della città. Anche il flacone, in vetro trasparente leggermente curvo, disegnato dal celebre designer Serge Mansau, richiama un fiore baciato dal vento; a seconda della grandezza della boccetta, il disegno sul vetro mostra il papavero in una diversa fase della sua fioritura, dal bocciolo fino al fiore completamente aperto.
Questa ricerca della bellezza prosegue negli anni successivi, quando, nel 2017, la maison sposa la causa della floricoltura sostenibile con il progetto Plein Air Paris, la prima fattoria floreale urbana di Parigi fondata da Masami Charlotte Lavault. Attraverso il movimento Slow Flower, Kenzo trasforma la filosofia del suo profumo in un progetto umano al fine di difendere una floricoltura naturale nel pieno rispetto dell’ambiente e dimostrare che, oggi come nel 2000, la bellezza può fiorire in libertà dove meno ce lo si aspetta, proprio come fa il papavero sull’asfalto. Il legame indissolubile tra la maison e il fiore è tornato protagonista anche in passerella nel 2022 grazie al nuovo direttore creativo Nigo. Scavando a fondo negli archivi storici il designer giapponese ha celebrato l’heritage di Kenzo Takada proprio con la capsule collection Poppy, reinterpretando la celebre stampa del papavero rosso in chiave contemporanea e pop.
advertising
advertising
