Le signore che hanno scritto la storia dello Champagne
FOOD & BEVERAGE
1 Giugno 2026
Articolo di
Valentina Alfarano
Le signore che hanno scritto la storia dello Champagne
La cosa più affascinante nella storia dello Champagne è che, dietro abbazie, vitigni, cantine scavate nel gesso e grandi maison diventate simbolo di prestigio internazionale, si muove una affascinante genealogia femminile, una linea di forza che attraversa secoli, guerre, mercati e cambiamenti del gusto. Furono donne rimaste sole, donne educate al controllo della casa più che dell’impresa, donne costrette a entrare negli affari attraverso una perdita, eppure capaci di trasformare quella soglia dolorosa in un luogo di invenzione.
Nella Francia dell’Ottocento, la vedovanza offriva alle donne uno dei pochi varchi riconosciuti per assumere la guida di un’azienda. Nella regione della Champagne quel varco diventò qualcosa di più di una possibilità amministrativa, perché permise a un’energia creativa a lungo contenuta nello spazio privato di riverberarsi nella materia stessa del vino, nelle cantine, nelle rotte commerciali, nei nomi impressi sulle etichette. Alcune ereditarono aziende fragili, segnate da debiti o attraversate dalla guerra, e le trasformarono in maison capaci di parlare alle corti europee, ai mercati stranieri e all’immaginario collettivo.
La pioniera più celebre resta Barbe-Nicole Ponsardin Clicquot, passata alla storia come Veuve Clicquot. Rimasta vedova a ventisette anni, prese la guida dell’azienda del marito in un momento in cui il commercio dello Champagne era ancora incerto e il vino non possedeva l’immagine limpida e codificata che avrebbe assunto in seguito. Il suo carattere si vide presto nella capacità di tenere insieme ostinazione e intelligenza pratica. Quando le banche esitavano a concederle credito e l’Europa napoleonica rendeva instabili i commerci, Madame Clicquot cercò nuovi sbocchi, metodi e alleati per custodire ciò che aveva ereditato. Fece murare gli ingressi delle caves per proteggere le bottiglie dalle truppe, sorvegliò i trasporti, trattò con gli ufficiali e comprese che anche un gesto di ospitalità poteva diventare una futura relazione commerciale.
Il suo nome è legato alla table de remuage, il sistema che permise di far precipitare lieviti e sedimenti verso il tappo prima della sboccata per poi rimuoverli, e ottenere così uno Champagne limpido e pulito; quella trovata tecnica cambiò il destino del vino, perché rese la trasparenza una promessa di qualità. Nel 1814, quando la Francia era ancora dentro le scosse della caduta napoleonica, riuscì a far arrivare migliaia di bottiglie alla corte di San Pietroburgo, aprendo al suo marchio un mercato che il marito non era riuscito a conquistare. Il motto attribuito alla maison, “una sola qualità, la migliore”, non suona allora come una formula elegante, ma come il principio con cui Barbe-Nicole trasformò il nome “vedova” in un segno di autorità.
Con Louise Pommery, la storia femminile dello Champagne entra direttamente nel gusto europeo. Rimasta alla guida della maison dopo la morte del marito, osservò il mercato inglese con una lucidità rara e capì che una parte del futuro si stava spostando verso vini meno dolci. Fino ad allora lo Champagne era spesso legato al dessert e a un consumo aristocratico; Pommery comprese che un dosaggio più basso poteva accompagnare una nuova idea di convivialità, più moderna e più internazionale. Con il Pommery Brut 1874, considerato il primo brut millesimato, accompagnò una trasformazione profonda del consumo europeo; lo Champagne iniziò così a uscire dal solo registro della dolcezza celebrativa e si avvicinò a un rito più flessibile, capace di accompagnare il pasto, la conversazione e il gusto borghese delle grandi capitali. Louise Pommery costruì anche un immaginario architettonico e culturale, con le cave gallo-romane trasformate in cantine monumentali e lo château elisabettiano di Reims pensato come segno di apertura verso il mondo. Le sue cantine furono una dichiarazione di ambizione; nel sottosuolo di Reims, tra gallerie, scalinate e bassorilievi, lo Champagne diventava patrimonio, scena, memoria. In superficie, l’architettura guardava all’Inghilterra, il mercato che Louise aveva saputo ascoltare prima di molti altri.
La fortuna dello Champagne, del resto, non fu scritta da una sola mano femminile; anche Apolline Henriot appartiene a questa trama di nomi che attraversano la regione e le sue maison. Nata a Reims e legata ai vigneti attraverso la propria dote, dopo la morte del marito Nicolas fondò Veuve Henriot Ainé, destinata a diventare Champagne Henriot. Il suo percorso mostra quanto il termine “veuve”, così ricorrente nella storia champenoise, non indicasse soltanto uno stato civile, bensì anhe, e soprattutto. un’assunzione pubblica di responsabilità; dietro quella parola c’erano aziende da salvare, vigneti da valorizzare, relazioni da costruire con le corti e con i mercati.
Mathilde-Émilie Laurent-Perrier raccolse un’eredità più difficile. Dopo la morte improvvisa del marito Eugène, assunse la direzione di un’azienda indebitata e mise a disposizione la propria assicurazione sulla vita per salvarla, un gesto radicale che rivela quanto la maison fosse per lei molto più di un bene economico. Era il nome della famiglia, il lavoro di una comunità, il futuro dei figli e il destino di un territorio raccolto attorno a Tours-sur-Marne. Da quella scelta nacque una fase nuova per la maison, che prese il nome di Veuve Laurent-Perrier et Cie e iniziò a esportare in Inghilterra, Belgio, Germania e altri mercati europei. Il suo Grand Vin Sans Sucre rispondeva ancora una volta al gusto britannico e confermava una direzione già aperta da Pommery, quella di ascoltare il cambiamento.
Nel Novecento, Marie-Louise Lanson de Nonancourt legò il proprio nome a Lanson, Delamotte e Laurent-Perrier, tre maison che raccontano in modi diversi la profondità della sua appartenenza alla Champagne. Acquistò Laurent-Perrier nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, e affrontò il conflitto con una forma di coraggio che apparteneva insieme alla famiglia e all’impresa. Prima dell’arrivo della Wehrmacht, fece murare un caveau dove erano conservate centinaia di pièces de vin e fece collocare davanti alla parete una statua della Vergine, perché il nascondiglio apparisse come uno spazio di devozione e non come il cuore segreto della maison. L’episodio racconta meglio di molte definizioni il valore simbolico dello Champagne in quel momento storico. Proteggere le bottiglie significava custodire un patrimonio economico ma anche difendere una memoria e un futuro possibile dopo la devastazione.
Se le donne dell’Ottocento avevano spesso trovato nella vedovanza il varco per entrare negli affari, quelle del Novecento dovettero misurarsi con un altro banco di prova: proteggere e rilanciare le maison mentre l’Europa attraversava guerre, crisi e nuove forme di consumo. Lo Champagne, nato come vino di corte e diventato rito sociale, continuava a essere un luogo in cui prestigio, ospitalità e identità francese si incontravano. In questo passaggio Lily Bollinger occupa un posto speciale. Rimasta vedova durante la Seconda guerra mondiale, guidò Bollinger per trent’anni con rigore e indipendenza, mantenendo saldo il rapporto tra vigneti, cantina e immagine della maison. La sua figura, spesso ricordata mentre attraversava le vigne in bicicletta, ha contribuito a trasformare Bollinger in un nome legato alla misura e al tempo. In lei lo stile non aveva nulla di decorativo, perché coincideva con un modo di lavorare, scegliere e resistere alle mode, in sostanza di essere. La creazione dell’R.D., con il concetto di Récemment Dégorgé, mostrò quanto l’innovazione potesse nascere anche dal rispetto estremo della durata e dell’attesa.
Photo of Champagne Bollinger
Camille Olry-Roederer porta invece nel racconto una competenza più tecnica, legata alla vigna e alla continuità del terroir. Fu una delle rare donne della Champagne con formazione enologica e guidò Louis Roederer dal 1932 al 1975. Dopo la crisi del 1929, lavorò al rilancio della maison e contribuì alla storia moderna del Cristal, nato nell’Ottocento per lo zar Alessandro II e poi diventato una delle cuvée più riconoscibili al mondo. Camille comprese il valore dei cru acquistati dalla famiglia dopo la fillossera e trasformò quel patrimonio di parcelle in una base identitaria. Per lei il prestigio non poteva vivere soltanto nella fama di un’etichetta, perché doveva restare ancorato ai luoghi: Aÿ, Avize, Cramant, Mesnil-sur-Oger, Mareuil-sur-Aÿ e Cumières, dove il futuro della maison passava da quelle terre e dalla capacità di leggerle come un archivio vivo.
Più vicina a noi, Marie-Noëlle Ledru porta questa genealogia femminile dentro la Champagne dei vignerons. Ad Ambonnay, nel regno del Pinot Nero, prese in mano l’azienda familiare negli anni Ottanta e iniziò a costruire una produzione piccola, rigorosa, legata ai suoi vigneti Grand Cru tra Ambonnay e Bouzy. La sua forza stava nella presenza costante e diretta, seguiva la vigna, lavorava in cantina e firmava ogni passaggio con una precisione artigianale che l’ha resa una figura di culto tra gli appassionati; nel suo caso la grandezza dello Champagne passa proprio dalla fedeltà assoluta a un luogo e a un’idea di lavoro senza scorciatoie, che le è valso l’appellativo di Dame del Pinot Noir.
Il filo rosso che unisce queste donne è, sì, l’audacia, parola spesso usata fino a diventare generica, ma non solo; piuttosto è una forma concreta di amore per ciò che avevano ricevuto e per ciò che poteva ancora nascere. Amore per una maison da salvare, per una comunità da proteggere, per un vino da rendere più riconoscibile e più vicino al mondo che cambiava. Amore, per gli altri e per se stesse. La loro eredità non appartiene soltanto alla storia del vino, parla di donne che, in epoche poco favorevoli alla libertà femminile, usarono l’impresa come spazio di azione e costruirono una cultura dell’eccellenza capace di superare i confini francesi. Per questo lo Champagne, ancora oggi, porta dentro di sé una voce femminile, una forza strutturale che ha inciso sulla materia, sui nomi. Ogni volta che una bottiglia viene aperta, insieme alla festa riaffiora anche questa storia di perdita, coraggio e futuro, custodita per secoli nelle cantine della Champagne e arrivata fino a noi in forma di luce.
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