Wimbledon e la storia del dress code total white
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2 Luglio 2026
Articolo di
Giorgia Monti
Wimbledon e la storia del dress code total white
Il Torneo di Wimbledon è nel vivo della sua competizione. Si svolge annualmente su due settimane a cavallo tra i mesi di giugno e luglio nell’omonimo sobborgo londinese, presso l’All England Lawn Tennis and Croquet Club. Ad oggi è l’unico Grande Slam a essere giocato sull’erba e la terza prova in ordine cronologico, preceduto da Australian Open e Roland Garros, e seguito dagli US Open.
Le origini del tennis moderno hanno un forte legame con Wimbledon: nel 1873 il maggiore gallese Walter Clopton Wingfield brevetta il gioco chiamandolo inizialmente Sphairistikè (parola greca che significa “arte di colpire la palla”), e ne deposita ufficialmente le prime regole sotto il nome di Lawn Tennis, dando il via alla diffusione della disciplina in tutto il mondo anglosassone. Solo quattro anni dopo, nel 1877, l’All England Lawn Croquet Club (fondato nel 1868) decide di includere la nuova disciplina, cambia nome in All England Lawn Tennis and Croquet Club e organizza la prima storica edizione del torneo.
E quando pensiamo a questa competizione, nonché la più antica nel mondo del tennis, non possiamo che chiederci: perché tutti i giocatori sono obbligati a vestirsi di bianco?
Gli unici colori ammessi: il viola e il verde
I colori ufficiali di Wimbledon sono il verde scuro e il viola dal 1909, anno in cui l’All England Club decide di cambiare radicalmente la palette originaria – composta da blu, giallo, rosso e verde – per evitare la sovrapposizione con le uniformi dei Royal Marines. La nuova combinazione cromatica, oggi marchio registrato, all’epoca non viene giustificata nei verbali ufficiali, ma racchiude comunque due precisi significati: il verde scuro celebra i tradizionali campi in erba del torneo, mentre il viola richiama il prestigio e lo storico legame con la Famiglia Reale britannica. Questa identità visiva si esprime ovunque nel club, creando un netto contrasto con il bianco tassativo imposto ai giocatori.
Il dress code total white tra origini e alta borghesia
Il severo codice di abbigliamento di Wimbledon impone a tutti i partecipanti di indossare divise e scarpe rigorosamente bianche. Questa tradizione risale ai primi giocatori inglesi, che scelgono il bianco come simbolo di eleganza e sobrietà, ma anche per motivi pratici, essendo il colore che maschera meglio il sudore.
Nei primi decenni del torneo, il dress code riflette i rigidi canoni sociali dell’era vittoriana: gli uomini scendono in campo con pesanti pantaloni lunghi di flanella bianca, camicie a maniche lunghe spesso chiuse da gemelli e rigide scarpe stringate in cuoio; mentre le donne sono costrette a giocare con abiti identici a quelli dei ricevimenti, caratterizzati da corsetti strettissimi, sottogonne pesanti, cappelli piumati e camicie accollate. La stessa prima vincitrice nella storia di Wimbledon, Maud Watson, trionfa indossando una pesante gonna fino alle caviglie che limita drasticamente qualsiasi scatto o corsa.
La rivoluzione della moda tennistica a Wimbledon si compie tra il 1919 e gli anni ‘30 grazie a diversi pionieri che sfidano i puristi dell’epoca. Nel 1919 la francese Suzanne Lenglen, soprannominata “La Divina”, sciocca il pubblico londinese scendendo in campo senza corsetto, con le braccia nude e una gonna di seta plissettata sotto il ginocchio: una scelta considerata scandalosa, ma che dimostra l’importanza della libertà di movimento per l’agilità di gioco. Sul fronte maschile, il campione francese René Lacoste scuote l’ambiente introducendo la polo a maniche corte in leggero cotone per sostituire le camicie rigide, mentre nel 1932 il britannico Bunny Austin diventa il primo giocatore in assoluto a indossare i pantaloncini corti sul campo del torneo londinese. Nonostante le iniziali critiche dei tradizionalisti per le gambe scoperte, nel giro di pochi anni tutti i tennisti seguono il loro esempio, definendo l’estetica del tennis moderno.
L’evoluzione del bianco fino ai giorni nostri
Le linee guida ufficiali impongono il bianco assoluto, vietando categoricamente completi colorati, tonalità crema o bianco sporco. Questo obbligo si estende a ogni singolo elemento, inclusi cappellini, fasce, polsini, calze, scarpe (comprese suole e lacci), biancheria intima visibile e perfino supporti o bendaggi medici. L’unica deroga concessa è un singolo bordo colorato, largo al massimo un centimetro, posizionato attorno allo scollo, ai polsini o lungo la cucitura esterna di gonne e pantaloncini.
Ogni capo di abbigliamento deve rimanere candido e privo di qualsiasi disegno o motivo decorativo, ma spesso a saltare all’occhio sono i loghi commerciali, anche colorati. Ovviamente è tutto regolato da rigidi accordi con l’International Tennis Federation: i piccoli loghi degli sponsor possono contenere colore, ma non possono essere troppo vistosi e superare una precisa dimensione, che varia a seconda del punto in cui si trovano. Ma attenzione: ogni tipo di logo sulla schiena, invece, è vietato.
Inoltre, nel 2023, dopo le pressioni del movimento Address The Dress Code e il sostegno di leggende come Billie Jean King e Judy Murray, gli organizzatori introducono una storica modifica al regolamento per tutelare la serenità delle atlete. La nuova norma consente alle tenniste di indossare pantaloncini intimi protettivi di colore medio o scuro, a patto che non siano più lunghi della gonna o dei pantaloncini da gioco esterni. Campionesse come la kazaka Elena Rybakina e la bielorussa Victoria Azarenka sono tra le prime a sfruttare questa storica apertura sul campo centrale, segnando una svolta fondamentale nella tradizione ultracentenaria del torneo.
Le violazioni entrate nella storia
Se un tennista si presenta con un capo non conforme alle regole, il Supervisor del torneo gli impone di cambiarsi immediatamente prima di scendere in campo, estendendo il controllo perfino alla suola delle scarpe o alla biancheria intima. Qualora la violazione aggiri i controlli preliminari e il giocatore disputi l’incontro con dettagli colorati non autorizzati, scatta automaticamente una pesante sanzione finanziaria per violazione del codice comportamentale.
Già nel 1949 esplose il primo vero scandalo legato all’intimo quando la statunitense Gussie Moran decise di osare, ingaggiando il celebre stilista Ted Tinling per il suo outfit di Wimbledon. La giocatrice si presentò con il primo abito corto del tennis femminile che, durante gli scatti del gioco, lasciava intravedere i pantaloncini intimi decorati con pizzo, scatenando un vero caos istituzionale. L’All England Club reagì con estrema durezza, accusando l’atleta di volgarità e lo stesso Tinling venne bandito per anni dalla competizione.
L’arrivo dell’era Open nel 1968 e l’esplosione dei brand sportivi cambiano definitivamente la situazione. Negli anni ‘70 e ‘80, grazie all’ingresso di marchi italiani come Fila e Sergio Tacchini e a sponsorizzazioni milionarie, i look a Wimbledon diventano più aderenti e pop, pur rispettando il vincolo del bianco. Nonostante la rigidità dei controlli, nessun tennista è mai stato squalificato a partita in corso o bandito a vita dal torneo a causa di una violazione del dress code, anche se si sono registrati molti casi particolari.
Nel 1980, John McEnroe scende in campo per la storica finale di Wimbledon contro Björn Borg indossando la sua celebre fascetta rossa per capelli. Nonostante il colore acceso, gli arbitri non intervengono poiché il regolamento dell’epoca richiede solo un abbigliamento predominantemente bianco, lasciando tolleranza per gli accessori. Cinque anni dopo, tuttavia, la statunitense Anne White crea un caso internazionale presentandosi con una tuta intera aderentissima in lycra. In questa occasione, pur essendo totalmente bianca, l’arbitro le ordina di non indossarla più nei giorni successivi perché considerata poco elegante e indecorosa. L’opposizione più celebre al rigido codice rimane però quella di Andre Agassi, il quale fino al 1990 si rifiuta categoricamente di partecipare al torneo pur di non piegarsi all’obbligo del total white. Superato il boicottaggio, il campione di Las Vegas decide infine di iscriversi e vince il torneo nel 1992, giocando rigorosamente in bianco.
Nel 2013 perfino Roger Federer subisce il regolamento e viene obbligato a sostituire le sue scarpe per i match successivi a causa di una suola arancione; mentre quattro anni dopo Venus Williams deve cambiare il reggiseno sportivo rosa acceso durante un’interruzione per pioggia, poiché le spalline colorate erano diventate visibili da sotto la maglietta. Più di recente, nel 2022, Nick Kyrgios viene sanzionato per essersi presentato sul campo centrale e alle interviste post-partita con cappellino e scarpe rossi.
Nel 2022 la rigida regola del total white viene parzialmente derogata per consentire ai tennisti di mostrare solidarietà al popolo ucraino attraverso discreti dettagli gialli e blu su polsini e magliette. Una deroga simile per motivi di lutto è stata concessa anche nella scorsa edizione, permettendo ai giocatori di applicare un fiocco nero sulle divise in memoria del calciatore portoghese Diogo Jota. Nel 2023, invece, Jannik Sinner ha firmato una svolta epocale portando sul prato un borsone da viaggio Gucci beige e marrone: per farlo ha dovuto ottenere una tripla approvazione preventiva da ITF, ATP e dagli organizzatori, diventando il primo a introdurre un accessorio di lusso non bianco in campo.
Lo stesso tennista azzurro, pochi giorni fa, dopo essersi fatto male al piede e aver notato una chiazza rossa di sangue sulla scarpa destra, ha ironizzato in conferenza stampa dicendo: «Sono sorpreso che mi abbiano lasciato giocare, vista la regola del total white!».
E nel caso ve lo stiate chiedendo, al contrario dei partecipanti, il pubblico non ha un codice d’abbigliamento scritto e obbligatorio, sebbene l’evento sia rinomato per il suo stile casual-elegante. L’unica eccezione è il Royal Box, dove per gli ospiti d’onore vige un’etichetta formale molto rigida.
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