La guida dei vini dipinta da Salvador Dalí
FOOD & BEVERAGE
12 Luglio 2026
Articolo di
Michela Frau
La guida dei vini dipinta da Salvador Dalí
È pensiero condiviso ritenere che le maggiori ossessioni che traspaiono fin dall’inizio dell’opera di Salvador Dalí derivino direttamente dalle sue radici catalane. Si dice, infatti, come racconta il volume che Taschen ha dedicato alle sue creazioni, Dalí. L’opera pittorica (2013), «che i catalani credano soltanto nell’esistenza delle cose che si possono mangiare, sentire, toccare e vedere». Teoria che, sebbene possa spiegare almeno in parte la devozione assoluta che il maestro del surrealismo nutrì per la sua Gala – la celebre moglie russa, che fu musa, compagna, addetta stampa e ossessione fin dal primo incontro, avvenuto nel 1929, quando lei era ancora moglie di uno tra i padri fondatori del surrealismo, Paul Éluard – chiarisce meglio quella che l’artista di Figueres ebbe con il cibo e, in egual misura, con il vino.
«Io so quello che mangio, non so quello che faccio», era solito dichiarare Salvador Dalí, sicuramente altrettanto consapevole di ciò che beveva. Che fosse davvero così lo dimostra Les Vins de Gala. Accanto al più celebre Les dîners de Gala, il libro di cucina pubblicato nel 1973, in cui Dalí raccolse alcune delle ricette protagoniste dei folli e lussuosi banchetti organizzati insieme alla moglie – braciole di vitello farcite di lumache, avocado toast con cervello d’agnello e cespuglio di gamberi ed erbe vichinghe para compatir –, qualche anno più tardi, nel 1978, diede alle stampe anche una guida enologica, ideale completamento di quel progetto. Ancora una volta dedicata alla sua amata Gala, ma stavolta con il vino come protagonista. È il racconto di una duplice storia d’amore.
Diversamente da quanto accadde per il volume di cucina, Dalí non scrisse di suo pugno i testi che, pur dal sapore squisitamente daliniano, portano la firma di Max Gérard, scrittore e regista francese nonché membro fidato del suo entourage, e di Louis Orizet, agronomo del Beaujolais, la regione francese celebre per il suo vino novello. Come introduzione, in perfetto accordo con il suo gusto per i giochi linguistici e i significati nascosti, scelse un poema acrostico – componimento in cui le lettere iniziali di ogni verso formano una parola o una frase – composto dal Barone Philippe de Rothschild. Scelta quest’ultima che oltre a conferire ulteriore autorevolezza enologica al volume ristampato nel 2017 da Taschen, suggellava un rapporto che portò il proprietario del celebre château bordolese a coinvolgere Dalí nell’iniziativa che vide susseguirsi alcuni tra i più grandi artisti del Novecento nella realizzazione delle etichette dello Château Mouton Rothschild.
Perfetto manifesto di edonismo e compimento della dichiarata convinzione secondo cui «Un vero intenditore non beve vino, ma ne assapora i segreti» – per citare una delle celebri affermazioni del maestro del surrealismo – il volume è suddiviso in due sezioni, distinte ma complementari. La prima, affidata alla penna di Gérard e intitolata I dieci vini divini di Dalí, accompagna il lettore in un viaggio attraverso territori, denominazioni e bottiglie emblematiche della storia del vino. Dallo Champagne di Aÿ si passa allo Châteauneuf-du-Pape, ai grandi rossi di Bordeaux, fino al mito del Domain de la Romanée-Conti. Ci sono poi lo Château d’Yquem con i suoi celebri vini dolci Sauternes, il Lacryma Christi – prodotto sulle pendici del Vesuvio e il cui nome deriva dalla leggenda secondo cui Cristo, vedendo il Golfo di Napoli, pianse e dalle sue lacrime nacquero le vigne – e, infine, i vini californiani, autentica novità nel panorama enologico degli anni Settanta. Ne nasce un intreccio di storia, antiche pratiche agronomiche e cultura enologica, come quella che prevedeva di immergere una zolla di terra in acqua e assaggiarne il liquido filtrato per comprenderne la vocazione vitivinicola.
La seconda parte del libro è la più rivoluzionaria, quella che definisce la portata innovativa del progetto, rompendo con qualsiasi criterio enologico tradizionale. E se le prime pagine invitavano i «lettori complici nel piacere del gusto» a «lasciare sbocciare i propri sensi», nell’ultima sezione, intitolata I dieci vini di Gala, questo invito si concretizza in una classificazione dei vini basata sull’esperienza sensoriale ed emotiva che sono in grado di generare. In puro stile Dalí. E così ecco i vini gioiosi, quelli estetici, frivoli, generosi e velati. Ma anche quelli voluttuosi, che l’artista descrive così: «Quando il lettore noterà che tra i vini voluttuosi inserisco i Sauternes, i Cérons, il Loupiac, il Monbazillac, lo Jurançon, i Coteaux-du-Layon o il Vouvray, capirà probabilmente le ragioni della mia scelta. Avete mai bevuto un Sauternes di qualità? Se sì, credo che converrete con me. Gioia dell’anima! Vivo piacere dei sensi».
A completare il tutto, le oltre 140 illustrazioni firmate da Salvador Dalí, che costruiscono un racconto parallelo. Alcune rielaborano opere precedenti, altre furono concepite appositamente, tra cui L’Ultima Cena, realizzata nel 1955, quando Dalí era ormai un cattolico convinto, e considerata uno dei dipinti più significativi del suo tardo periodo definito «mistico nucleare». Ci sono poi una serie di nudi classici, reinterpretati in un linguaggio naturalmente surrealista e altrettanto provocatorio. E non può mancare la sua Gala, ritratta in copertina come una sorta di divinità pagana del vino, tra grappoli d’uva e una coppa dorata colma di vino sollevata verso il cielo, in un gesto che appare come il compimento di un rito di devozione.
Definirlo una guida enologica sarebbe riduttivo. Les Vins de Gala è un libro d’artista – c’è chi, con una certa enfasi, lo ha persino ribattezzato la Bibbia del vino – in cui il vino smette di essere una semplice bevanda per trasformarsi in linguaggio, simbolo e immaginazione. In poche parole, è un’opera surrealista.