FOOD & BEVERAGE

28 Settembre 2026

Articolo di

Nadia Afragola

Tenuta Guado al Tasso, dentro la cantina nascosta di Marchesi Antinori

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28 Settembre 2026

Articolo di

Nadia Afragola
Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori
Courtesy of Marchesi Antinori

Tenuta Guado al Tasso, dentro la cantina nascosta di Marchesi Antinori

A Bolgheri il mare si sente, anche quando non lo vedi. Arriva nei filari attraverso il vento, mitiga le temperature, attraversa una pianura che sembra interrompere per un momento l’immagine più consueta della Toscana. Le colline la circondano quasi completamente, lasciandola aperta verso la costa. Da questo scenario deriva il nome con cui questo territorio viene raccontato: anfiteatro bolgherese.

È qui, nell’Alta Maremma, che si trova Tenuta Guado al Tasso, in una delle denominazioni che più hanno contribuito a modificare la geografia contemporanea del vino italiano. La DOC Bolgheri nasce soltanto nel 1994, eppure in pochi decenni ha conquistato una riconoscibilità internazionale straordinaria. Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot hanno trovato in questo tratto di costa condizioni capaci di restituire vini profondi, eleganti e longevi.

La storia di Tenuta Guado al Tasso, però, comincia molto prima della denominazione.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori

LE RADICI DEGLI ANTINORI

Tutto parte dal risultato di una convergenza rara in un momento storico specifico, gli anni Sessanta: due famiglie legate da una comune discendenza dai Della Gherardesca, hanno riconosciuto il potenziale di una terra ancora inespressa, attraverso una visione comune.

Se un’intuizione può accendere un territorio, è la capacità di interpretarlo con sistematicità che lo rende riconoscibile nel tempo. È così che Bolgheri matura una consapevolezza collettiva, fino al riconoscimento della DOC negli anni ’90 e alla piena affermazione internazionale dell’area.

Ma quella degli Antinori è una storia molto più lunga, che attraversa più di sei secoli. Il riferimento ufficiale è il 1385, quando Giovanni di Piero Antinori entra nell’Arte Fiorentina dei Vinattieri. Ventisei generazioni dopo, il vino continua a essere il filo attraverso cui la famiglia racconta territori differenti, mantenendo un’attenzione costante verso ricerca e sperimentazione.

Oggi a seguire direttamente le attività sono Albiera, Allegra e Alessia Antinori, figlie di Piero Antinori. A Tenuta Guado al Tasso questa storia trova una delle sue espressioni più intime proprio per la relazione stretta della famiglia con questo territorio. Il legame con Bolgheri precede dunque di molto il successo contemporaneo della denominazione.

UNA CANTINA CHE QUASI NON ESISTE, ALMENO GUARDANDOLA DA FUORI

L’architettura è probabilmente uno degli elementi attraverso cui Tenuta Guado al Tasso racconta meglio il suo rapporto con il paesaggio.

La cantina è ipogea, quasi completamente nascosta alla vista. Da lontano il profilo dei vigneti resta praticamente intatto. L’edificio si inserisce sotto il terreno e lascia emergere soltanto alcuni tagli, aperture che sembrano fratture nella terra e conducono progressivamente verso gli spazi produttivi.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori

Il progetto, firmato da asv3-officina di architettura, è stato pensato a partire da un’idea, quella di lasciare al paesaggio il ruolo principale. I volumi vengono interrati, il terreno ricopre gran parte della struttura e contribuisce naturalmente anche al controllo delle condizioni termiche necessarie alla vinificazione e all’affinamento. All’interno, gli spazi si aprono con geometrie nette, cemento, legno, bronzo, luce controllata e prospettive che riportano continuamente lo sguardo verso l’esterno.

L’architettura in questo caso lavora per sottrazione. Ed è interessante che proprio una cantina nata per essere poco visibile dall’esterno sia oggi uno degli strumenti più efficaci per comprendere Tenuta Guado al Tasso dall’interno.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori ingresso

ENTRARE A TENUTA GUADO AL TASSO

La tenuta può essere conosciuta attraverso visite guidate su prenotazione: esiste un percorso dedicato ai vigneti con degustazione presso la bottega e un’esperienza più approfondita che attraversa la Cantina di Guado al Tasso, l’architettura, i vigneti storici e arriva alla degustazione dei tre vini prodotti al suo interno. Ogni visita viene costruita su misura. Si parte dal paesaggio, si entra nei vigneti, si scende negli spazi della vinificazione e dell’affinamento e infine si ritrova tutto nel calice.

Il racconto non si esaurisce in cantina. Sulla Via Bolgherese si trovano anche la Bottega di Guado al Tasso, dove è possibile degustare i vini della tenuta, comprese vecchie annate e grandi formati, e l’Osteria del Tasso, ristorante immerso nei vigneti e legato a una cucina che mette in relazione la costa con l’entroterra toscano.

Vino, paesaggio, architettura, tavola. Elementi differenti che permettono di leggere la stessa terra da prospettive diverse.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori

TRE VINI PER RACCONTARE TENUTA GUADO AL TASSO

Dentro questo percorso ci sono tre vini che rappresentano altrettante interpretazioni della tenuta.

Guado al Tasso è il vino che ne porta il nome e ne sintetizza l’identità. Un Bolgheri DOC Superiore creato attraverso un lavoro di selezione che cerca profondità, precisione ed equilibrio attraverso l’assemblaggio di Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc che variano in proporzione a seconda dell’annata.

Poi c’è Matarocchio, Cabernet Franc in purezza nato dall’osservazione delle parcelle destinate a Guado al Tasso, con l’obiettivo di esprimere fino in fondo l’eleganza di una singola varietà e di una singola parcella. Viene prodotto in un numero limitato di bottiglie e soltanto nelle migliori annate attraverso una selezione rigorosa delle uve e delle barrique. È uno dei vini che meglio raccontano quanto il lavoro a Tenuta Guado al Tasso proceda attraverso l’osservazione delle differenze presenti all’interno dello stesso territorio.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori

San Walfredo porta invece al centro il Merlot. Nasce per la prima volta nel 2016, quando la qualità delle uve destinate a Guado al Tasso provenienti da un piccolo vigneto nella zona settentrionale della tenuta spinse a vinificarne una parte separatamente. Il vigneto supera di poco l’ettaro e mezzo, è suddiviso in quattro parcelle intervallate da filari di olivo e poggia su terreni profondi, scuri, argilloso-sabbiosi, raggiunti dalle brezze marine. Come Matarocchio, San Walfredo viene realizzato in quantità molto limitate e soltanto nelle annate capaci di restituire pienamente l’intensità desiderata. Il suo nome richiama Walfredo, capostipite della famiglia Della Gherardesca, riallacciando ancora una volta il vino alla storia più antica della proprietà.

Tre vini molto diversi che hanno però un punto in comune, ovvero la ricerca della massima leggibilità di Bolgheri attraverso la selezione. Del terreno, delle parcelle, delle uve e delle annate.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori sala degustazione

IL LAVORO DIETRO IL VINO

Qui entra in scena Marco Ferrarese, Direttore ed Enologo di Tenuta Guado al Tasso. Dopo il paesaggio, la genealogia, l’architettura e le bottiglie è giusto soffermarsi sulla parte forse più difficile da raccontare. Quella delle decisioni.

Capire quando vendemmiare. Interpretare parcelle che possono comportarsi diversamente a poche centinaia di metri di distanza. Leggere un’annata prima che abbia completato il proprio percorso. Stabilire quanto intervenire e quanto lasciare che il carattere del vigneto emerga da solo. Decidere quali uve possiedano l’equilibrio necessario per diventare uno dei vini più rappresentativi della tenuta. In una zona in cui il clima mediterraneo, i suoli di origine alluvionale, le brezze marine e le escursioni termiche generano condizioni molto particolari, la ricerca della qualità passa inevitabilmente da queste scelte.

Marco Ferrarese direttore enologo Tenuta Guado al Tasso

Marco Ferrarese, Direttore ed enologo di Tenuta Guado al Tasso

LA MEMORIA STORICA, L’ENOLOGO MARCO FERRARESE

Con Marco Ferrarese abbiamo parlato di Bolgheri e della sua evoluzione, del lavoro sulle singole parcelle, di Cabernet Franc e Merlot, di clima, precisione e futuro. E soprattutto di cosa significhi oggi cercare l’eccellenza in un luogo in cui il vino ha già raggiunto una reputazione mondiale: «Per conoscere davvero un territorio bisogna viverlo. Vent’anni, almeno».

Bolgheri è già un territorio maturo o c’è ancora qualcosa da scoprire?

Resta moltissimo da scoprire. Bolgheri ha avuto un’evoluzione velocissima. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento era ancora una zona in parte selvaggia e paludosa. Dopo la bonifica si è rivelata una terra molto fertile, utilizzata per frutta, ortaggi e allevamento. Solo successivamente è emersa con chiarezza la sua vocazione viticola, soprattutto per varietà come Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc. Oggi Bolgheri possiede un’identità definita e riconosciuta internazionalmente, ma dal punto di vista vitivinicolo è ancora un territorio giovane. Continuiamo a osservarlo e a sperimentare. Credo abbia ancora molto da raccontare.

Quanto conta il territorio e quanto la mano dell’uomo dentro un vino di Bolgheri?

Se dovessi metterli su una bilancia direi cinquanta e cinquanta. Anzi, considerando anche tutto il lavoro di trasformazione in cantina, forse darei alla mano dell’uomo un 51%. Ci sono naturalmente vigneti capaci di esprimere qualcosa di unico, parcelle che diventano quasi delle perle e che difficilmente potrebbero essere replicate altrove. In generale, però, il vino nasce dall’incontro tra quello che la natura mette a disposizione e la capacità dell’uomo di comprenderlo. La parte più interessante arriva quando nel calice riesci a riconoscere un’identità definita. A Bolgheri il territorio riesce ad andare persino oltre il vitigno.

Mare, vento, suoli, escursione termica: cosa rende Bolgheri davvero Bolgheri?

È impossibile scegliere un solo elemento. È il loro insieme a creare questo microclima. Il mare appartiene anche ad altri territori costieri. Qui abbiamo però una conformazione molto particolare: le colline circondano la pianura verso l’interno e la lasciano aperta sulla costa. È l’anfiteatro bolgherese. Questa conformazione produce effetti concreti e misurabili, per esempio sull’escursione termica tra giorno e notte durante l’estate. È un fattore importante per la maturazione e lo sviluppo aromatico delle uve. L’identità nasce dalla somma di tutto questo.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori mare anfiteatro bolgherese

Il patrimonio viticolo di Tenuta Guado al Tasso: quanto sarebbe sbagliato considerarlo un unico vigneto?

Molto. Negli anni abbiamo costruito una vera mappa della tenuta, leggendo e distinguendo vigneti e zone in relazione alle caratteristiche delle uve e ai vini ai quali vengono destinate. Per farlo servono osservazione, vinificazioni separate, degustazioni. E serve soprattutto tempo. I dati sono importantissimi, così come le analisi e gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione. Però un territorio non si conosce soltanto attraverso i numeri.

Lei è qui da ventuno anni. Quanto tempo serve allora per capire davvero una terra?

Vent’anni, almeno. Puoi studiare i suoli e raccogliere una quantità enorme di dati, ma poi devi attraversare le annate. Devi vinificare quelle uve quando piove molto e quando piove poco, negli anni caldi e in quelli più freschi. Devi vedere come reagiscono le piante e ricordarti quello che è successo. La conoscenza vera arriva vivendo un luogo.

Ed è proprio il clima che oggi rende questa esperienza ancora più importante?

Sì, perché ogni annata aggiunge informazioni. Il punto è non pensare mai che il vigneto sia qualcosa di immobile. Va osservato continuamente. Cambiano le condizioni, cambia il comportamento delle piante e cambiano anche alcune delle decisioni che dobbiamo prendere. Per questo l’esperienza conta così tanto. Un dato fotografa un momento; conoscere un vigneto significa avere memoria di ciò che ha fatto negli anni e capire come sta reagendo a condizioni diverse. Anche il rinnovamento dei vigneti rientra in questa lettura: dobbiamo pensare oggi a quello che servirà tra dieci o quindici anni.

Tenuta Guado al Tasso Bolgheri cantina vino Marchesi Antinori

Sul cambiamento climatico si parla spesso di adattamento. Quanto il futuro passa già dalle scelte che fate oggi?

Moltissimo. In viticoltura lavori sempre con un tempo molto lungo. Se impianti oggi una vigna, non puoi pensare soltanto all’annata che hai davanti. Devi sapere che quella vigna raggiungerà una vera maturità qualitativa dopo anni. Per questo osservazione, programmazione e capacità di anticipare diventano fondamentali. È un lavoro continuo. Leggere ciò che sta succedendo e preparare la tenuta a quello che verrà.

A proposito di tempo: una vigna vecchia è necessariamente una vigna migliore?

No. E questo è un tema sul quale esiste molta retorica. A tutti noi piace l’immagine della vigna centenaria, bellissima, carica di storia, capace di produrre grandi vini per sempre. Nella realtà è più complicato. Una vigna invecchiando può perdere piante, diminuire nella produzione e diventare meno omogenea. Ha senso conservarla quando continua a dare qualcosa di veramente unico e irripetibile. Non bisogna innamorarsi di una vigna soltanto perché è vecchia. Alla fine, deve essere la qualità a decidere.

Come si rinnova allora un patrimonio di vigneti senza perdere continuità?

Programmandolo con largo anticipo. Una vigna nuova non raggiunge subito il proprio massimo potenziale. Possono servire dieci, anche quindici anni. Per questo dobbiamo fare in modo che ci siano vigneti che hanno già raggiunto una buona maturità quando altri arrivano al momento del rinnovo. È un processo graduale, la continuità qualitativa si costruisce anche così.

Il Bruciato ha avvicinato moltissime persone a Bolgheri. Quanto è stato importante?

Molto. È stato un grande ambasciatore del territorio. Alla base c’è stata l’intuizione del Marchese Piero Antinori, creare un vino più accessibile e più immediato nell’approccio, mantenendo però le caratteristiche che rendono riconoscibile Bolgheri. Il suo successo si è costruito soprattutto attraverso il passaparola. È un vino comprensibile, con un’identità molto riconoscibile anche nell’immagine. Chi lo assaggiava spesso tornava a comprarlo. Ha consentito a tantissime persone di entrare in contatto con Bolgheri. Viene prodotto qui a Tenuta Guado al Tasso in una cantina dedicata che porta proprio il suo nome.

Quando si dice Bolgheri si pensa immediatamente ai rossi. Il prossimo capitolo potrebbe essere scritto dai bianchi?

Me lo auguro. Ed è curioso perché la storia della denominazione nasce proprio dai bianchi e dai rosati. All’inizio Bolgheri significava Bolgheri Bianco e Bolgheri Rosato. A Tenuta Guado al Tasso produciamo da sempre Scalabrone e abbiamo un rapporto storico con il Vermentino, che qui trova condizioni molto interessanti. Oggi tutto il territorio sta lavorando molto sul Bolgheri Bianco e stanno emergendo interpretazioni sempre più interessanti. Credo che ne sentiremo parlare sempre di più.

Che cosa deve avere un grande bianco di Bolgheri per andare oltre la piacevolezza immediata?

Deve poter invecchiare. La sfida è superare l’idea del bianco pensato soltanto per la freschezza e per la pronta beva. Deve essere capace di acquisire complessità nel tempo. Bolgheri offre libertà anche da questo punto di vista e credo che qui ci sia ancora un enorme spazio di ricerca. Abbiamo impiegato anni per capire fino in fondo che cosa questo territorio fosse capace di esprimere con i rossi. Adesso possiamo continuare a porgli nuove domande. Conoscere una terra significa accettare che continui a cambiare. E che ogni annata possa rimettere tutto in discussione.

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