LIFESTYLE

19 Settembre 2026

Articolo di

Michela Frau

Quel principe che svelò al mondo la bellezza della Costa Smeralda

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19 Settembre 2026

Articolo di

Michela Frau
Costa Smeralda storia Aga Khan gallura Sardegna
Slim Arons/Getty Images

Quel principe che svelò al mondo la bellezza della Costa Smeralda

Due anziani signori, seduti su una roccia di granito, provano ad ammirare con occhi nuovi il suggestivo panorama che circonda quel luogo che da sempre chiamano casa. «Anche noi dobbiamo imparare a guardare cosa c’è di così bello qui», avrebbero detto – come raccontato in un vecchio documentario della Rai firmato da Dario Barone – i due anziani galluresi. L’immagine è significativa e offre il punto di partenza perfetto per raccontare la storia della Costa Smeralda. Una storia che, come d’altronde lo sono tutte, può essere osservata da due differenti, e non per forza contrastanti, punti di vista. Quello di chi in quelle terre isolate è nato, cresciuto e ha vissuto una vita scandita dal tempo della natura e della fatica del lavoro fisico. E quello di chi, invece, in quelle terre ha cercato, trovato e costruito il suo altrove di pace, contribuendo a rendere quel luogo il simbolo del turismo di lusso nel mondo. Eppure la Costa Smeralda è stata, e sempre sarà, anche tanto altro.

La bellezza di quella terra selvaggia e del suo mare cristallino è sempre stata lì. Succede però che nel 1959 l’inglese John Duncan Miller, importante uomo della finanza, arriva per lavoro nella parte nord-orientale della Sardegna e quello che doveva essere un semplice viaggio d’affari si trasforma presto in un viaggio rivelatore. Spinto dall’entusiasmo di un moderno Cristoforo Colombo, colpito dall’idea di aver trovato, quasi dietro l’angolo, un luogo di tale bellezza, convince alcuni dei suoi abbienti amici a raggiungere quelle terre che nulla hanno da invidiare ai paesaggi della lontana Polinesia o degli esotici Caraibi. «Dovete venire qua». Detto fatto.

Tra questi facoltosi avventori ce n’è uno la cui presenza – e lungimiranza – trasformerà l’idea di costruire delle ville per le vacanze sul mare in un progetto di ben altra caratura, orientato non solo a proporre un nuovo modello di turismo in una parte dell’isola tanto bella quanto desolata, ma a creare un vero e proprio nuovo sistema economico, i cui frutti – al di là del dibattito ancora vivo – hanno giovato all’economia dell’intera isola. È l’Aga Khan, il Principe Karim per tanti, guida spirituale degli sciiti e discendente diretto del profeta Maometto. Ma il suo amore per quelle terre dei Monti di Mola non fu immediato. Nessun colpò di fulmine. Convinto dalla cerchia di entusiasti banchieri, acquistò un terreno a Capriccioli a scatola chiusa, senza averlo mai visto, per 25.000 dollari, una cifra significativa per l’epoca, paragonabile, come raccontò, a circa 10 anni di studio alla prestigiosa Harvard dove lui effettivamente studiò. Nel dicembre del 1960 si recò per la prima volta nell’isola, ma la malinconia dei colori invernali lo portò quasi a pentirsi della sua scelta. L’entusiasmo della primavera lo condusse di nuovo in quelle terre nel 1961, ma fu con i colori dell’estate dello stesso anno, quelli di luglio in particolare, con la trasparenza dell’acqua cristallina e il bianco di una sabbia quasi mai calpestata, che Cupido lanciò la sua freccia. Amore fu.

L’anno successivo, nel 1962, fu fondato a Olbia il Consorzio della Costa Smeralda con l’obiettivo di acquistare e costruire su un lembo di terreno che si estende per 55 km, dalle zone di Pitrizza e Capo Ferro, a nord, fino all’area alle spalle della spiaggia Rena Bianca, a sud, nei pressi del golfo di Cugnana. I soci fondatori erano, oltre al Principe Karim, suo fratellastro Patrick Guinness, esponente della famiglia Guinness della birra, il già citato banchiere John Duncan Miller, Felix Bigio, collaboratore e segretario personale dell’Aga Khan, André Ardoin, avvocato francese, e René Podbielski, scrittore di origine prussiana. Poco dopo, entrò nel progetto anche l’avvocato Paolo Riccardi, primo segretario generale del Consorzio, stimato professionista e soprattutto sardo, quindi figura chiave nella mediazione con gli abitanti del territorio.

Stupiti erano coloro che conducevano in quei terreni aspri ma paradisiaci una vita dedita alla pastorizia e all’agricoltura, di fronte all’interesse che questi nuovi ospiti nutrivano per una terra così impervia eppure capace di generare, in chiunque ne avesse anche solo una volta sentito i profumi di ginepro e lentisco e ammirato i suoi colori brillanti e inconfondibili, una nostalgia perpetua. La vita da spiaggia, d’altronde, non era mai stata una loro prerogativa, persino impossibile da immaginare. Tanto che i terreni costieri, quelli a ridosso delle spiagge, come l’ormai celebre Liscia di Vacca, venivano dati in dote alle donne perché ritenuti di minor valore, essendo meno adatti al pascolo o alla coltivazione rispetto a quelli dell’entroterra. Curioso pensare che furono proprio quelli, invece, a cambiare il destino della nascente Costa Smeralda e, in parte, anche quello di coloro che vengono (erroneamente) chiamati i pastori milionari, appellativo che tuttavia non può essere una generalizzazione.

Perché se è pur vero che alcuni, vendendo il loro stazzo – così si chiama l’abitazione rurale tipica della Gallura – riuscirono a invertire le sorti della propria famiglia, a comprarsi una casa nella vicina Olbia, un’auto e a sognare una vita lontana dalle fatiche della campagna, c’è chi, soprattutto inizialmente, svendette quella terra per pochi spiccioli, abbagliato da somme di denaro che non aveva mai visto e che, poco dopo, sarebbero parse a tutti una miseria. Questione quest’ultima che tiene da decenni aperto il dibattito su come sia labile la differenza tra l’acquistare e conquistare una terra, posizione che inevitabilmente si scontra con chi ritiene di assoluta integrità il progetto dell’Aga Khan, improntato al rispetto del territorio e di chi lo ha per secoli abitato.

Rispetto dimostrato anche dalla scelta di istituire un Comitato di architettura – illustri, ovviamente, i membri prescelti: Luigi Vietti, Jacques Couëlle, Michele Busiri Vici e Antonio Simon Mossa – chiamati a immaginare e valutare i progetti di strutture che dialogassero con il terreno circostante e con le tradizioni di una terra ancestralmente e visceralmente legata alle sue origini. Così, accanto all’Hotel Cala di Volpe, al Romazzino, alle ville private, al campo da golf e a Porto Cervo, furono costruite le strade, la rete idrica, quella fognaria e quella elettrica, necessarie a ospitare anche i futuri visitatori, magari meno avventurieri e privi di quell’energia pionieristica, quasi da esploratori, che aveva mosso chi era approdato per primo. Dopo di loro, arrivarono presto i nomi più importanti del jet set internazionale: Brigitte Bardot, Catherine Deneuve, Bettina Graziani, Grace Kelly, la principessa Margaret, i Beatles, gli Agnelli e i Kennedy. Un susseguirsi di attrici, modelle, aristocratici, industriali e rockstar che contribuì in pochissimo tempo a trasformare la Costa Smeralda in una delle mete più ambite e riconoscibili del jet set internazionale. Diversa – come esplicitamente voluto dal Principe – dalla Costa Azzurra.

«Il villeggiante non vivrà in una società chiusa e falsa, ma dovrà trovarsi in un ambiente sano, il più possibile vicino al reale», disse in un’intervista rilasciata a Repubblica nel 1963, esplicitando come il suo non fosse un progetto di sviluppo turistico esclusivamente votato al lusso, come lo intendiamo oggi. Un principio fondante che, secondo alcuni protagonisti di questa storia, tra cui Giselle Podbielski – moglie di uno dei fondatori del Consorzio, che ne parlò nel già citato documentario della Rai – si andò progressivamente a perdere, oscurato da una logica che «dal senso della creazione è passata a quello del guadagno».

L’entusiasmo della scoperta, il piacere della meraviglia provata dai protagonisti di questa storia una volta approdati nell’Isola alla fine degli anni Cinquanta, è d’altronde l’anima, la scintilla generatrice della Costa Smeralda. Quella stessa meraviglia che forse gli abitanti di quell’angolo di mondo non avevano saputo cogliere e che avrebbero dovuto imparare a vedere prima che l’arrivo di quegli imprenditori fornisse loro delle lenti attraverso cui osservare, seduti su quella roccia di granito, quei luoghi che chiamano casa, comprendendone appieno il potenziale. D’altro lato, però, quei moderni e più gentili visitatori avrebbero voluto vivere quel luogo quando era ancora un’oasi di pace, avrebbero voluto sentire quella connessione ancestrale con una terra il cui vento di maestrale, per chi ci è nato, avrà sempre il calore di un abbraccio materno. Perché, come si dice in sardo, chiamarla casa «No du pagada dinai». I soldi non possono comprarlo, tradotto per tutti.

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