FOOD & BEVERAGE

8 Luglio 2026

Articolo di

Nadia Afragola

Al Ristorante Cavallino la Ferrari nasce due volte: in fabbrica e nel piatto

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8 Luglio 2026

Articolo di

Nadia Afragola
Ristorante Cavallino Maranello menu La Genesi Ferrari
Courtesy of Marco Poderi/Ristorante Cavallino

Al Ristorante Cavallino la Ferrari nasce due volte: in fabbrica e nel piatto

A Maranello la Ferrari nasce prima. Prima del bolide. Nasce dal rumore controllato di una fonderia, dall’alluminio che cambia stato, da un albero motore che arriva grezzo e perde quasi metà del suo peso prima di diventare spina dorsale, da una linea di assemblaggio dove la tecnologia più che rubare spazio all’uomo, gli toglie l’errore dalle mani. Da una doppia pelle architettonica del Centro Stile che regola luce e temperatura, da un magazzino verticale in cui le scocche aspettano il proprio destino, da ventidue postazioni in cui il motore viene costruito, controllato, acceso a freddo, ascoltato. Poi, qualche ora dopo, quella stessa Ferrari arriva nel piatto.

Non come esercizio furbo di storytelling gastronomico intorno a un marchio che non avrebbe bisogno di essere spiegato. Il Ristorante Cavallino, nel quinto anniversario della sua nuova vita, ha presentato “Ferrari – La genesi”, qualcosa di raro: un menu che traduce il processo creativo e produttivo della vettura in un’esperienza di gusto. Sette portate, tre amuse-bouche, un dialogo serrato con il Ferrari Design Studio e una scelta chiara: spostare lo sguardo dalla Ferrari finita alla Ferrari che nasce. Prima della carrozzeria, prima della velocità, prima del mito. Dentro il progetto, dentro quella somma di mani, controllo e precisione che rende riconoscibile una Ferrari ancora prima che arrivi su strada.

Il Cavallino, storico indirizzo di Maranello e luogo legato all’immaginario di Enzo Ferrari, oggi è un progetto che porta la firma culturale della Francescana Family. E quindi di Massimo Bottura. Non Bottura come nome messo lì a garantire prestigio, ma Bottura come detonatore di senso. Quella capacità, tutta sua, di prendere un pezzo di memoria collettiva e rimetterlo in movimento. Il Cavallino è esattamente questo: una tradizione rimessa in traiettoria.

Da una parte Ferrari, con la sua precisione, performance, artigianalità. Dall’altra Francescana Family, con un’idea di cucina che da trent’anni lavora sulla memoria come qualcosa di vivo, mai come nostalgia. In mezzo ci sono Riccardo Forapani e Virginia Cattaneo, oggi co-chef del ristorante, chiamati a fare la cosa più difficile: non cucinare “alla Bottura”, non cucinare “a tema Ferrari”, ma trovare una voce propria dentro due universi fortissimi.

Ristorante Cavallino Maranello Ferrari

Forapani è modenese, viene da Mirandola, ha attraversato l’Osteria Francescana, da giovanissimo. Nel suo percorso ci sono la madre cuoca e anche un padre meccanico che sognava per lui un futuro nel mondo Ferrari. Dettaglio biografico bellissimo, troppo perfetto per non essere riportato! Virginia Cattaneo porta un’altra energia. Nata a Cantù, cresciuta tra la cucina di casa e una formazione passata da esperienze italiane e francesi, ha lavorato anche in contesti in cui il fine dining è disciplina. Maison Troisgros, Edit, la gestione del servizio, la capacità organizzativa, il lavoro di squadra. Il suo è un contributo quasi strutturale. E in un menu come “Ferrari – La genesi” questo conta moltissimo, perché un percorso così rischia continuamente di sbandare.

Prima del pranzo però c’è il mattino. In fabbrica.

Il Factory Tour, riservato ai clienti Ferrari e non aperto al pubblico, anticipa quello che succederà a tavola. La fonderia, voluta da Enzo Ferrari per mantenere pieno controllo sulla qualità dei motori, è il primo indizio. Lì si lavora una lega speciale di alluminio, in un ambiente in cui anche l’aria condizionata diventa parte del progetto. È controllo della qualità. Il suono resta sotto una soglia precisa, anche grazie a pannelli che abbelliscono lo spazio ma soprattutto impediscono al rumore di rimbombare. La bellezza serve. La forma serve. La tecnologia serve. Una lezione che al Cavallino
impartiscono.

Perché anche un piatto, se vuole essere veramente contemporaneo, non può più permettersi una bellezza senza funzione. Tutto deve avere una ragione. Come in fabbrica. Come in una Ferrari. Come in una cucina.

Il tour prosegue e la parola “artigianale” prende nuove sfumature. Nell’immaginario comune l’artigianalità è spesso lentezza, imperfezione, calore umano. Qui è un’altra cosa. È precisione estrema. È controllo ripetuto. È una linea di assemblaggio in cui l’uomo resta decisivo, mentre la tecnologia lo assiste. È il motore che passa attraverso ventidue postazioni. È l’accensione a
freddo. È la sala metrologica. È la riduzione degli scarti, il recupero dei trucioli di alluminio, la capacità di pensare ogni residuo come parte di un sistema.

Quando si arriva al Centro Stile, il discorso si sposta dalla materia alla forma. L’edificio, rivestito da vetrate e protetto da una doppia pelle, sembra dire che la creatività ha bisogno di luce ma anche di segreto. Dentro, l’atelier Ferrari lavora sulla personalizzazione, sulle combinazioni, sulle finiture. È lì che la macchina diventa “quella” macchina. Non un modello, ma un’identità. Gianfranco Saracino, dell’Ufficio Stile, trova la sintesi più esatta: “Per noi forme, per loro ingredienti. La comprensione deve essere immediata”. È una frase chiave. Prima arriva il gusto. Poi, eventualmente, il concetto. “Ferrari – La genesi” parte da qui.

I tre amuse-bouche sono dedicati all’Idea, il momento più intimo del processo creativo, quello in cui tutto esiste già ma non ha ancora forma. La Sfera, di mozzarella e basilico è una partenza, quasi infantile nella sua immediatezza. Il Progetto, in pasta brick con acciughe e rosmarino, introduce una nota salata, croccante. I Pensieri, con la pastina cotta in acqua di pomodoro e servita fredda in brodo di pane e origano, spostano il tutto in una dimensione quasi domestica.
È Bottura, ma non è Bottura.

Ristorante Cavallino piatto Idea Amuse-Bouche menu La Genesi Ferrari

C’è quella lezione lì, evidente: la possibilità di prendere un gesto familiare e portarlo in un altro campo. Però il piatto resta dei due chef. Resta Cavallino. Resta Maranello. Resta una cucina che vuole essere di una chiarezza quasi disarmante.

Poi arriva Aerodinamica, e il menu prende velocità. Scampo e capasanta marinati e scottati, pomodoro verde, maionese di cozze, caviale e alloro. Le linee nel piatto richiamano il vento che scolpisce la vettura. Resta la dolcezza dello scampo, la carne della capasanta, l’acidità del pomodoro verde, la profondità della cozza, la persistenza del caviale.

Ristorante Cavallino piatto Aerodinamica menu La Genesi Ferrari

Telaio è un piatto più duro, più strutturale. Cosce di rana fritte in panatura di erbe tostate, salsa di acetosa e nero di seppia. Qui il riferimento alla texture del carbonio è evidente. La rana, ingrediente ancora troppo poco usato nella ristorazione italiana contemporanea, porta con sé un immaginario quasi primordiale. Il telaio, in una macchina, non deve sedurre: deve resistere.
Questo piatto fa la stessa cosa.

Ristorante Cavallino piatto Telaio menu La Genesi Ferrari

Con Scaglietti il menu tocca uno dei passaggi più eleganti. Lo spaghetto aglio, olio e peperoncino, arricchito da fondo di mare, vongole e foglia d’argento, rende omaggio alla storica carrozzeria che ha contribuito a definire l’estetica Ferrari. Ma il risultato non è commemorativo. È una scultura di pasta. Essenziale, proporzionata, verticale.

Ristorante Cavallino piatto Scaglietti menu La Genesi Ferrari

Poi arriva Motore. La pasta al pomodoro al forno, con datterini confit, pomodori marinati e pesto di pomodoro secco, è probabilmente il piatto più rischioso del percorso. Perché il pomodoro è casa, Italia, infanzia, domenica, trattoria, estate, sugo. È talmente pieno di memoria che basta pochissimo per cadere nella retorica.

Ristorante Cavallino piatto Motore menu La Genesi Ferrari

Gli chef Forapani e Cattaneo scelgono una pasta, stampata in 3D da Barilla, che riproduce un vero motore Ferrari, capace di trasformare il cuore della vettura in qualcosa di commestibile. Il pomodoro non è uno, ma una sequenza di stati: cotto, confit, marinato, secco. Dolcezza, acidità, concentrazione. Il motore diventa stratificazione di energia.

Con Tailor Made entriamo nell’atelier. Merluzzo, salse in palette e pil pil di mandorle. Qui si entra nella personalizzazione della vettura. Colori, finiture, combinazioni, possibilità. È personalizzazione, sì, ma dentro un progetto preciso. Come una Ferrari Tailor Made.

Ristorante Cavallino piatto Tailor Made menu La Genesi Ferrari

Montaggio è il momento in cui tutto si chiude tecnicamente. Anatra, terrina di pâté di coscia, cipollotto, marasche, salsa al rabarbaro, bitter e aceto di viole. Il riferimento alla fabbrica è chiarissimo: il carrozzamento, la postazione in cui scocca e motore si incontrano, quel matrimonio meccanico che trasforma l’insieme delle parti in vettura. Nel piatto succede qualcosa di simile. La carne, la terrina, l’acidità, l’amaro, il frutto, la parte floreale. Ogni componente ha un ruolo.

Ristorante Cavallino piatto Montaggio menu La Genesi Ferrari

Il finale si chiama Emozione, e avrebbe potuto essere il punto debole. Chiamare un dessert “Emozione” significa mettersi addosso un bersaglio enorme. Invece ragiona per sottrazione: spuma di ricotta di bufala, gelato all’olio, concentrato di agrumi e origano, chips di rapa rossa. Un ricordo mediterraneo. Il velo si solleva, il motore si accende, la macchina appare.

Ristorante Cavallino piatto Emozione menu La Genesi Ferrari

E qui torna il mattino passato in fabbrica. Tornano le mani che assemblano, la tecnologia che accompagna, la scocca che aspetta, il motore che incontra il corpo, la pista di Fiorano, i test, il controllo finale. Torna l’idea che la Ferrari non nasca mai da un gesto solo, ma da una catena di competenze che devono fidarsi l’una dell’altra. Un menu così funziona solo se la brigata
ragiona allo stesso modo. Ferrari progetta velocità, desiderio, meccanica, forma, futuro. Bottura progetta memoria, linguaggio, gesto, comunità, responsabilità. Forapani e Cattaneo stanno nel mezzo e trasformano tutto questo in cucina.

Le ceramiche aerografate a mano da Ginori con i colori delle auto aggiungono un ulteriore livello al racconto. Il supporto diventa carrozzeria, il colore diventa memoria, la superficie diventa parte del gusto. Anche la pasta stampata in 3D va letta così: non come effetto speciale, ma come possibilità tecnica. Questa idea di contemporaneità serve ad aprire strade che prima non esistevano. È quello che Bottura ha fatto per anni con la cucina emiliana: prendere una tradizione amata fino al rischio dell’immobilità e costringerla a ripensarsi. È quello che Ferrari fa ogni volta che una macchina esce da Maranello.

A pranzo finito, “Ferrari – La genesi” lascia addosso la sensazione di aver visto la stessa idea cambiare materia più volte: alluminio, acciaio, vetro, carbonio, pasta, pomodoro, olio, ricotta.
E allora sì, a Maranello la Ferrari nasce due volte. La prima in fabbrica, dove ogni rumore è governato e ogni componente cerca il proprio posto. La seconda al Cavallino, dove gli chef Forapani e Cattaneo trasformano quella stessa disciplina in una sequenza di sapori. In mezzo c’è la visione di Bottura, che ancora una volta fa quello che gli riesce meglio: prendere un simbolo italiano e impedirgli di diventare soltanto un simbolo, facendogli venire fame di futuro.

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