Le collezioni di debutto degli stilisti prima del successo
STYLE
12 Febbraio 2026
Articolo di
Clara Giaquinto
Le collezioni di debutto degli stilisti prima del successo
I più prestigiosi dipartimenti di moda al mondo, come quello della Royal Academy of Fine Arts di Anversa o di La Cambre Mode(s) di Bruxelles, solo per citarne alcuni, hanno funzionato come veri e propri incubatori capaci di guidare e motivare generazioni di nuovi creativi e creative.
Lo scopo di queste istituzioni è insegnare che la moda è prima di tutto un modo di pensare e un modo di fare, non solamente un linguaggio estetico o un sistema produttivo. Sono ecosistemi culturali, spazi di crescita comune in cui idee e desideri, ma anche rischi e fallimenti, circolano liberamente, diventando strumenti progettuali in un continuo riaggiustamento del proprio sguardo. Queste tensioni vengono poi disciplinate per essere trasformate in linguaggio, lavorando su temi di identità collettiva e individuale.
L’ultimo traguardo di questi percorsi di studio, che solitamente durano dai tre ai cinque anni, è il “graduate show”, il vero momento in cui tutto questo prende forma visibile.
È lì che sboccia l’immaginario di ognuno, stringendo in mano forbici e tessuti, ago e filo, ma anche fotografie e i materiali più insoliti, accogliendo tutto ciò che è diverso e sconosciuto per iniziare a tracciare la strada dentro il proprio futuro in un tempo ancora sospeso. Queste sfilate rappresentano un territorio carico di energia, un rito di passaggio che è ancora uno spazio di sperimentazione libero, prima che un designer diventi un brand e prima che l’industria imponga i suoi tempi e ruoli.
Osservare questi lavori significa comprendere come la moda possa ancora essere uno spazio di visione radicale, capace di accogliere l’imperfezione e ciò che è inesplorato. È qui che è possibile intravedere un linguaggio già riconoscibile, in cui molte delle ossessioni che si ritroveranno nelle carriere più mature sono già presenti, seppur in uno stato più crudo e ancora cangiante. È da questo punto che vale la pena partire per rileggere alcune delle collezioni di debutto più emblematiche degli stilisti presentate negli ultimi decenni.
JOHN GALLIANO / Central Saint Martins, London
“Les Incroyables” graduate collection, 1984
È proprio “Les Incroyables” di Galliano la prima collezione di diploma a essere citata sui libri di storia della moda. Siamo nel giugno 1984, e la collezione viene presentata a Covent Garden, in occasione del graduate show della Central Saint Martins di Londra.
Ispirati alla moda post-rivoluzionaria del Direttorio francese, gli “Incroyables” e le “Merveilleuses” di Galliano sfilano, o meglio, recitano, come comparse teatrali, mettendo in scena una visione che fonde la storia con lo spirito romantico e decadente dei New Romantics della scena club londinese. Sarà questa l’origine di una visione implosiva e irriverente che si svilupperà nel tempo.
La presentazione avviene in due momenti distinti: la prima alle due di pomeriggio, la seconda due ore più tardi, quando, circolata la voce di un evento travolgente, non si trova più posto a sedere tra la folla ormai esaltata. La collezione rappresenta la matrice dell’intero percorso creativo dello stilista, che si svilupperà fino agli anni di Dior e Margiela, mantenendo intatto il suo sperimentalismo più autentico.
ALEXANDER MCQUEEN / Central Saint Martins, London
“Jack the Ripper”, graduate collection, 1992
Figlio di un taxista e di un’insegnante, Lee A. McQueen, che in seguito sceglierà di farsi chiamare semplicemente Alexander, vive un’infanzia segnata dal trauma e dalla violenza. Dopo aver già acquisito esperienza presso Savile Row e Romeo Gigli, approda alla Central Saint Martins di Londra, dove si diploma nel 1992 presentando la collezione “Jack the Ripper”. La sfilata mette da subito in luce la straordinaria capacità progettuale e narrativa dello studente.
La collezione è ispirata alle vittime del famigerato assassino Jack lo Squartatore, che nel XIX secolo terrorizzò Londra. Il racconto si costruisce come un susseguirsi di citazioni estetiche e concettuali legate all’epoca vittoriana. Nel suo pezzo più celebre, una giacca stampata con un motivo a filo spinato, McQueen cuce capelli umani nel tessuto per richiamare vene e capillari, trasformando il capo in una sorta di pelle simbolica attraversata da tensioni vitali e mortifere allo stesso tempo.
Il gesto di inserire capelli, radicato nella cultura vittoriana, ritorna anche nelle etichette, nelle quali lo stilista applica i propri ciuffi, rifacendosi a una pratica diffusa tra le prostitute dell’epoca, che vendevano ciocche delle proprie chiome come oggetti intimi e simbolici. La collezione rimane oggetto di analisi critica per il suo concept violento e tetro, una narrazione che porterà con sé lungo tutta la sua carriera, forgiando mondi ispirati agli aspetti più macabri della storia e della propria esperienza personale.
DEMNA GVASALIA / Royal Academy of Fine Arts, Antwerp – Fashion Department
“Made in Antwerp” graduate collection, 2006
Intitolata brillantemente “Made in Antwerp”, la collezione di diploma di Demna Gvasalia, classe 2006, sorprende il pubblico alla sfilata della Royal Academy of Fine Arts di Anversa. Il titolo stesso della collezione gioca ambiguamente con l’idea di produzione e origine, evocando tanto il readymade duchampiano quanto il “made in”, inteso come un oggetto costruito in un luogo preciso.
Emergono fin da subito due traiettorie chiare. La prima è l’idea di appropriazione, destinata a diventare uno dei nuclei centrali della sua ricerca, al punto che Gvasalia viene spesso indicato come pioniere di questa pratica; è lui stesso, tuttavia, a ridimensionarne l’eccezionalità, ricordando come l’appropriazione sia un linguaggio già ampiamente presente nella storia dell’arte e della moda. La sua fascinazione per Duchamp, ribadita in numerose interviste, chiarisce benissimo questo posizionamento.
Accanto a questa ossessione per il “già fatto”, affiora un secondo strumento narrativo caro allo stilista: l’oversize. Gvasalia lo utilizza in modo sistematico, già a partire dalla prima collezione, esasperando le linee e alterando la scala dei capi. Questi ultimi, sproporzionati e sbilanciati, appaiono decostruiti su un corpo che li sposta nello spazio più che indossarli. Questo approccio affonda le sue radici nell’infanzia dello stilista, che, cresciuto nella Georgia sovietica in condizioni di povertà, indossava abiti passati dai cugini più grandi o acquistati in taglie abbondanti per poterci crescere dentro. Questa memoria del corpo che nuota nei vestiti è destinata a tradursi in un linguaggio progettuale trasversale a tutte le sue creazioni.
GLENN MARTENS / Royal Academy of Fine Arts, Antwerp – Fashion Department
“April 29th, 1983” graduate collection, 2008
Durante i tre giorni di presentazione del graduate show 2008 della Royal Academy of Fine Arts di Anversa, una sola collezione si distingue per il suo minimalismo, quella di Glenn Martens. Intitolata come la sua data di nascita “April 29th, 1983”, la sfilata rivela immediatamente un approccio molto misurato e maturo. In un ambiente creativo tradizionalmente associato ad eccessi formali e sperimentazioni assai radicali, Martens coraggiosamente sceglie la strada opposta.
È un’essenzialità ridotta, quasi austera, quella che emerge sul palco, dove i capi sono costruiti attraverso stratificazioni nette e rigorose, addolcite da tessuti trasparenti e da una palette di colori neutri. Tagli e aperture sono posizionati strategicamente, quasi a voler rivelare il corpo sottostante in un intreccio calibrato di geometrie e sottrazioni. La forza della collezione risiede proprio in questa scelta di controllo e sofisticazione che anticipa chiaramente il percorso di Martens all’interno dell’industria della moda contemporanea.

GRACE WALES BONNER / Central Saint Martins, London
“Afrique explored Coco Chanel via Lagos”, graduate collection, 2014
Nata nel sud-est di Londra da madre inglese e padre giamaicano, Grace Wales Bonner cresce in uno spazio culturalmente ibrido che diventerà il cuore pulsante della sua ricerca.
Fin dal debutto inizia a esplorare temi di mascolinità e identità differenti, mettendo in dialogo i codici del lusso europeo con ispirazioni artistiche e culturali provenienti dall’Africa. È nel 2014, con il graduate show della Central Saint Martins di Londra, che questo suo linguaggio prende forma. La collezione “Afrique explored Coco Chanel via Lagos” attira da subito l’attenzione dell’industria della moda e della critica, vincendo il prestigioso L’Oréal Professionnel Designer of the Year Award.
Esordisce presentando un gruppo di modelli africani che indossano completi nel classico tessuto bouclé di Chanel, in flanelle morbide e mohair rosa, impreziositi da collane a cascata e dettagli più couture. È una visione che sovverte i codici della virilità occidentale e li riassembla attraverso un nuovo immaginario estremamente colto, quasi intellettuale.
Gioca sull’idea di trasformazione, prendendo i simboli del privilegio e dell’eleganza europea, come i classici tailleur di Chanel, e li fa inaspettatamente scivolare in un altro territorio, dove vengono contaminati con riferimenti alla cultura della Nigeria anni Settanta. Come lei stessa ha dichiarato, ogni sua collezione nasce dal desiderio di narrare un racconto continuo, in cui ogni capitolo, a partire proprio dal primo, dialoga in modo armonico con il precedente.
MARINE SERRE / La Cambre Mode(s), Brussel
“Radical call for love”, graduate collection, 2016
Quando Marine Serre si diploma con lode a La Cambre Mode(s) di Bruxelles nel 2016, il suo lavoro è già attraversato da una sensibilità rara verso politica e fantasia di futuro. La collezione di diploma del quinto anno, “Radical Call For Love”, diventa immediatamente il catalizzatore di una traiettoria fulminea senza precedenti. Selezionata per il Festival d’Hyères, candidata al premio ANDAM e infine vincitrice del prestigioso LVMH Prize, Serre esordisce come una delle voci più incisive della sua generazione.
La collezione nasce da un momento storico carico di traumi e tensioni all’indomani degli attentati di Bruxelles e Parigi, e quello che ne emerge è un linguaggio che vuole comunicare la propria idea di bellezza attraverso la contaminazione e la presa di posizione, più che dalla ricerca di armonia. La stilista mette in campo riferimenti al guardaroba europeo e arabo del XIX secolo, accostati a capi sportivi con materiali tecnici e simboli islamici, come l’iconica mezzaluna. Come più volte dichiarato dalla designer, la parola amore utilizzata nel titolo è una vera dichiarazione d’intenti, un invito a ripensare le relazioni tra culture attraverso uno sguardo critico e consapevole.
JULIAN KLAUSNER / La Cambre Mode(s), Brussel
“Lights On-After the Show”, graduate collection, 2016
Julian Klausner costruisce il proprio linguaggio all’interno di uno dei percorsi educativi più esigenti della formazione europea, un luogo noto per favorire un ambiente in cui la moda viene intesa come una pratica sincera, capace di interrogare il presente attraverso valori estetici e culturali solidi. È proprio a La Cambre Mode(s) di Bruxelles che Klausner consegue sia il Bachelor che il Master tra il 2009 e il 2016, negli stessi anni di Marine Serre, sua compagna di corso. La collezione di diploma, intitolata “Lights On-After the Show” viene presentata dapprima alla giuria e successivamente in passerella, “illuminando lo spazio” come più volte riportato dalla stampa.
I capi propongono una lettura fresca, e allo stesso tempo matura, dell’idea di desiderio e ornamento femminili, attraverso tessuti accostati in modo inaspettato che avvolgono il corpo, arricchiti da fili lamé e paillettes colorate che riflettono vivacemente la luce. Il suo è un approccio che lavora su un corpo femminile delicato, che si disvela intimamente senza mai irrigidirsi o appesantirsi. Non è un caso che l’immaginario di Klausner sia attraversato da figure femminili centrali.
Dai racconti legati alla nonna, figura elegante e fuori dagli schemi, fino al dialogo con amiche-muse ispiratrici, emerge come il suo processo creativo nasca dal confronto e dal gioco. Tra le influenze dichiarate, compare anche Cindy Sherman, artista del trasformismo, che rappresenta, insieme alle donne della sua vita, l’origine di questa sensibilità e fascinazione per presenze femminili eteree.
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