Da Contraste l’esperienza è memorabile. Intervista a Matias Perdomo
FOOD & BEVERAGE
28 Luglio 2026
Articolo di
Nadia Afragola
Da Contraste l’esperienza è memorabile. Intervista a Matias Perdomo
Per anni il fine dining ha scelto di essere guardato. Oggi, forse, dovrebbe tornare a chiedersi come far stare davvero bene chi ha davanti. È da qui che parte la conversazione con Matias Perdomo, chef di Contraste, uno dei cuochi che più hanno contribuito a ridefinire il linguaggio della gastronomia contemporanea, senza mai separare il piatto da tutto ciò che gli succede intorno.
Dopo quasi undici anni, Contraste è entrato in una nuova fase. Il rinnovo degli spazi, più che un vezzo estetico appare quasi come una presa di posizione. Perdomo parla da imprenditore, da capobrigata, da uomo che ha smesso i panni del ragazzo prodigio e si misura ogni giorno con il peso concreto delle responsabilità. Ma soprattutto parla da ristoratore nel senso più pieno del termine. Perché nella sua idea di cucina non basta più sorprendere, non basta firmare piatti riconoscibili, non basta neppure essere bravi. Bisogna saper costruire una relazione.
Perdomo mette a fuoco molti dei nervi scoperti della ristorazione contemporanea: la sostenibilità economica, il ruolo della sala, il rapporto con il personale, il “rumore” dei social, il rischio di un fine dining sempre più schiacciato sull’immagine di chi lo guida. E nel farlo lascia emergere una posizione chiara, anche controcorrente: il ristorante non può diventare il monumento allo chef. Deve restare, prima di tutto, un luogo pensato per l’ospite.
Chi è oggi Matias Perdomo, dopo dieci anni di Contraste?
Quasi undici, a dire il vero. Oggi credo di aver raggiunto una maturità personale e professionale. Se all’inizio ero guidato da un idealismo forte e dal desiderio di creare un ristorante “per sempre”, oggi so che per preservare quella visione servono responsabilità e organizzazione, soprattutto con una squadra di trentaquattro persone. Un sogno può trasformarsi in una sfida complessa senza un’organizzazione precisa. Sono consapevole della responsabilità che condivido con i miei soci, Simon Press e Thomas Piras: il nostro operato incide direttamente sul futuro dei nostri collaboratori.
Se dovessi spiegare Contraste a qualcuno che non c’è mai stato, partiresti da un piatto, da una sensazione o da un’idea?
Da un’idea: l’equilibrio. Contraste è un filo teso, una sospensione costante in cui l’ospite viene immerso. È difficile da mantenere, ma è ciò che rende l’esperienza memorabile.
Hai sempre lavorato sul concetto che la gastronomia sia molto più di ciò che arriva nel piatto: oggi qual è la parte dell’esperienza che ti interessa di più costruire?
Il rapporto umano, con il team e con il cliente. Mi interessa recuperare un modo più autentico di stare con le persone. Un approccio che richiama più l’osteria che l’alta cucina. In fondo, Contraste è una grande osteria. In un mondo che ci spinge alla distanza, credo che la ristorazione debba tornare a gratificare l’ospite, con ascolto ed empatia.
Cosa ti emoziona ancora davvero del servizio, e cosa invece non tolleri più nel fine dining contemporaneo?
Mi emoziona la sincerità. Non cerco l’originalità fine a sé stessa, ma una proposta che sappia trasmettere qualcosa di autentico. Pane e salame, pasta e fagioli o una sferificazione. Va bene tutto, basta che sia un pezzo vero di te.
Il rinnovo degli spazi ha cambiato il modo in cui pensi il servizio o ha semplicemente reso visibile qualcosa che già c’era?
È nato da un’esigenza interna. Dopo dieci anni volevamo riaffermare la fiducia nel progetto. Non è stato un restyling, ma un lavoro per consolidare l’identità del ristorante. Non una maschera, ma qualcosa partito dall’interno verso l’esterno.
Avete lavorato su un’identità molto forte anche dal punto di vista visivo: in un ristorante come il vostro, il design deve accompagnare o provocare?
La provocazione non ci interessa. Non vogliamo destabilizzare, ma portare avanti con coerenza ciò in cui crediamo.
La sala di Contraste
C’è un dettaglio che il cliente nota poco, ma che racconta molto di voi?
Le tovaglie, realizzate da Alessandro Cifo. Hanno due texture diverse in silicone, una più austera e una più confortevole, pensate in relazione ai percorsi di degustazione. Non sono semplici tessuti, ma oggetti che riflettono la nostra filosofia. Possono non piacere a tutti, ma sono coerenti con noi.
I tuoi piatti hanno spesso una doppia lettura: sembrano immediati ma sotto hanno livelli tecnici e mentali molto precisi. Da dove parti davvero quando nasce un piatto?
Il nostro lavoro è il risultato di vent’anni di esperienza, sintesi e selezione. Con Simon abbiamo costruito un linguaggio fondato su tre elementi: memoria del gusto, effetto sorpresa ed estetica figurativa. Se creo una forma riconoscibile, il cliente entra più facilmente nel piatto; se poi dentro trova qualcosa di inatteso, parte quell’interazione che mi aiuta ad empatizzare con lui. L’esempio classico è il risotto alla milanese servito sotto forma di ravioli ai tempi del Pont de Fer. Era un modo per spostare l’attenzione e, allo stesso tempo, superare anche certi pregiudizi: dimostrare che la tecnica non ha confini regionali e che un uruguaiano può fare un grande risotto se studia e lavora abbastanza.
Quanto conta per te la memoria gustativa dell’ospite e quanto ti interessa stravolgerla?
Moltissimo. Non puoi sapere cosa rappresenti un piatto per chi lo mangia. Cerco di evocare ricordi e poi di giocare con le aspettative del cliente, con grande attenzione. È un equilibrio delicato tra rispetto della tradizione e desiderio di spiazzare.
Quando capisci che un piatto è finito? E quando invece che va ancora ascoltato?
Quando lo assaggio e quasi vibra. Quando ogni elemento trova il suo posto e non sento più il bisogno di intervenire. Ma il piatto continua a evolvere attraverso il cliente. Noi standardizziamo il metodo, non l’emozione.
Ti interessa di più lasciare al cliente un ricordo nitido o una specie di dubbio che continua a lavorargli dentro?
Un ricordo pieno di dubbi. Un ricordo vivo, capace di trasformarsi nel tempo.
Matias Perdomo
In un mondo distratto, pensi che il cliente di oggi sia pronto alla complessità o abbia bisogno di maggiore chiarezza?
Di entrambe. Il nostro compito è proporre un pensiero attraverso cucina e ambiente. Poi la sala deve ascoltare e capire quanto l’ospite voglia approfondire. È un lavoro sottile, quasi psicologico.
Quanto senti il bisogno di spiegare un piatto e quanto invece ti piace che resti aperto all’interpretazione?
Non amiamo spiegare troppo. Preferiamo dare pochi input e lasciare spazio all’interpretazione. La sala deve osservare e approfondire solo se serve. Il rischio di imporre una lettura è togliere partecipazione all’ospite. Ho visto persone piangere davanti a un piatto: non sai mai quale memoria hai toccato.
Hai detto che in un ristorante contano psicologia, lettura del corpo, teatralità, lavoro di squadra. Quanto del vostro mestiere è cucina e quanto è regia?
Entrambe le cose. La cucina evoca ricordi ed emozioni, ma teatralità, silenzi, linguaggio del corpo e ritmo completano il piatto. Lo stesso piatto, mangiato su una panchina o qui al tavolo, non verrà percepito allo stesso modo.
Qual è oggi il vero lusso in un ristorante come il tuo: il prodotto, il tempo, l’ascolto, la sorpresa?
Il tempo. Non la durata del pasto, ma la qualità del tempo vissuto. Quanto sei davvero presente in quel momento.
Esiste un errore ricorrente del fine dining contemporaneo nel costruire l’esperienza?
Sì, la centralità dello chef. La ristorazione è una società in cui il cliente deve restare protagonista. Se viene per vedere lo chef, perdiamo tutti. Quando l’ego prevale, si perde il senso profondo del mestiere: l’arte di ristorare.
Che differenza c’è tra stupire e coinvolgere?
Stupire è un effetto. Coinvolgere significa trasformare un pasto in un ricordo. Noi non facciamo arte, ma non facciamo nemmeno solo da mangiare. La qualità di un’esperienza non dipende dal prezzo, ma dalla sua capacità di essere vera e coinvolgente.
Donut alla Bolognese
Si parla molto di sostenibilità economica del fine dining. Dove finisce la poesia del mestiere e dove comincia la responsabilità imprenditoriale?
Oggi non puoi separarle. Molti giovani cuochi hanno esperienze internazionali ma poche competenze gestionali. Business plan, break-even, food cost, tassazione: senza queste basi il sogno diventa un incubo. Il ristorante deve essere pensato come azienda.
È cambiato il mondo?
Sì. Un tempo la ristorazione si reggeva su modelli familiari e gestioni meno strutturate. Oggi bisogna decidere bene quale sogno si vuole inseguire. Se vuoi costruire una macchina enorme, devi sapere che il prezzo da pagare può essere altissimo. Per me il punto resta l’equilibrio, non voglio perdere la mia vita inseguendo solo la crescita economica.
La ristorazione vive una fase in cui la pressione su imprese, format e organizzazione resta altissima: qual è la sfida più concreta che vedi oggi dal tuo punto di vista?
La gestione del personale. Bisogna responsabilizzare i collaboratori e garantire loro benessere. È importante renderli consapevoli delle dinamiche aziendali, dai costi alla marginalità, perché si sentano parte del progetto.
Il personale non cerca più soltanto un posto dove imparare, ma anche un luogo dove stare bene. Come se ne esce?
Con rispetto e trasparenza. Il turnover è fisiologico, soprattutto tra i giovani, ma si può gestire bene se chi lavora con te sente di appartenere al progetto. Io non ho mai insegnato solo a cucinare. Ho sempre cercato di insegnare a ragionare la cucina. È questo che rende il ristorante un luogo di crescita.
Tu hai parlato apertamente della necessità di ripensare il fine dining: da dove bisogna ripartire, secondo te?
Dall’esperienza del cliente. Non dal piatto o dal vino presi singolarmente, ma da tutto ciò che fa sentire una persona al centro. Se un ospite spende una cifra importante, deve uscire felice e desideroso di tornare. Il successo non si misura sulla singola portata, ma sull’esperienza complessiva.
Quanto pesano oggi social e immagine sulla costruzione di un ristorante? E quanto rischiano di impoverire il contenuto?
I social sono strumenti utili, ma vanno governati con coerenza perchè sono diventati macchine complesse governate da algoritmi che spesso penalizzano i contenuti concreti a favore di quelli sensazionalistici. Quello che comunichi deve corrispondere a ciò che il cliente riceve. Non mi interessa essere un testimonial, voglio che parli Contraste.
Però è lei la spokesperson di Contraste. Cercano lei. Vogliono lei.
Se compri un vestito Armani non ti aspetti che Giorgio Armani sia lì a cucirlo. Scegli un brand, una visione, un linguaggio. Vorrei che, in mia assenza, restasse vivo il pensiero. Il fine dining perde il suo focus quando mette troppo in risalto lo chef anziché l’esperienza che l’ospite regala a sé stesso.
Che città è Milano oggi per un ristorante come Contraste? Una città che ti stimola, ti costringe o ti consuma?
Milano è una città in trasformazione, piena di investimenti e opportunità, ma anche di costi altissimi. Mi chiedo quale sarà il futuro di un centro che si svuota la sera e si riempie di giorno.
Cosa ti dà Milano che altrove non avresti, e cosa invece ti chiede in cambio?
È una città desiderata, ma anche satura di aperture. Se il cliente vive un’esperienza memorabile, continuerà a essere curioso; se resta deluso, tornerà a rifugiarsi nei soliti posti. La sfida è tenere viva questa curiosità senza inseguire il rumore.
In una città piena di aperture, format, indirizzi e rumore, come si conserva una voce riconoscibile senza diventare manieristi?
Con la coerenza. Inseguire le mode significa non essere mai davvero contemporanei. Il mio obiettivo non è avere una lista d’attesa infinita per apparire esclusivo, ma accogliere trenta persone che desiderino davvero essere qui.
Chi è il tuo cliente tipo?
Non esiste un cliente unico. Abbiamo un pubblico trasversale: giovani, professionisti, famiglie, stranieri. Il cliente, da noi, non è uno spettatore: è parte attiva dell’esperienza.
Qual è il piatto che oggi senti più politico, nel senso più alto del termine: quello che dice davvero come la pensi sul cibo, sul cliente e sul mestiere?
“Miseria e Nobiltà”, premiato da Identità Golose come piatto dell’anno. Parte dalla cassoeula, un brodo povero e popolare, servito in un maialino-salvadanaio. Il cliente inserisce nel brodo delle monete di gelatina di maiale. È un’allegoria dei contrasti sociali, ma anche un piatto che chiede all’ospite di entrare nella narrazione.
Hai più paura di ripeterti o di non essere capito?
Di nessuna delle due. La mia vera paura è sentirmi arrivato. È lì che comincia il declino.
Oggi è più difficile cucinare bene o costruire senso attorno a ciò che si cucina?
Sicuramente la seconda. Il piatto è solo l’ultimo gesto. Dietro ci sono pensiero, stagionalità, rapporto con i produttori, artigianalità e modo in cui l’esperienza viene vissuta.
Cosa manca per la seconda Stella Michelin?
Non lo so. Forse la perfezione non è il nostro linguaggio. Per esempio, non abbiamo il servizio del pane come fosse un rito, e non facciamo piccola pasticceria come esercizio di spreco. Preferisco aggiungere valore all’esperienza con gesti coerenti, con la nostra idea di ospitalità. La mia idea di finale è una torta di rose condivisa da tutta la sala: qualcosa che unisce, quasi familiare.
Torta di Rose
La parte più interessante delle parole di Matias Perdomo è che non cercano di difendere una categoria, né di mitizzare un modello. Provano piuttosto a rimettere ordine. A ricordare che un ristorante non vive di solo talento, di solo racconto o di sola tecnica. Vive di equilibrio, di lucidità, di ascolto. Vive della capacità di tenere insieme tutto, l’ambizione e la vita, il gesto creativo e la responsabilità verso chi quel progetto lo rende possibile ogni giorno, in cucina, in sala, al tavolo.
E mentre la ristorazione sembra spesso smarrire il suo centro, Perdomo torna lì dove tutto dovrebbe cominciare: nell’empatia, nella relazione, nella responsabilità di far stare bene qualcuno. Che poi, in fondo, è ancora il gesto più contemporaneo di tutti.