La Fondazione Dries Van Noten in dialogo con Venezia
ART & DESIGN
30 Aprile 2026
Articolo di
Clara Giaquinto
La Fondazione Dries Van Noten in dialogo con Venezia
Non è una coincidenza che la Fondazione Dries Van Noten abbia scelto Venezia come propria sede, uno spazio perfetto per riflettere l’essenza del suo stile. Un territorio vivo e in costante trasformazione, dove le idee possono ancora circolare con la stessa fluidità delle maree che lambiscono le fondamenta della città. Non si tratta però di un semplice atto di insediamento, né della benevola accoglienza di un’istituzione straniera da parte della città lagunare. È invece una relazione reciproca e virtuosa: la Fondazione trova in Venezia una struttura storico-culturale preesistente, complessa e stratificata, e allo stesso tempo il progetto la riattiva in chiave contemporanea.
Per comprendere la portata di questo progetto, è utile considerare il percorso di Dries Van Noten e risalire all’esperienza degli Antwerp Six, il gruppo di stilisti che, nel 1986, contribuì a scardinare i presupposti geografici del sistema moda. Dries Van Noten, nato in Belgio in una famiglia di sarti e formatosi alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, appartiene a quella generazione di designer che ha contribuito a spostare l’attenzione internazionale verso un contesto fino ad allora periferico rispetto alle capitali della moda.
Lavorare fuori dai centri dominanti ha permesso a questi creativi di sviluppare linguaggi personali, svincolati dalle logiche immediate del mercato, elevando la moda a vera e propria pratica culturale, capace di riflettere e interpretare il tempo presente, con un’autonomia sicuramente più difficile da mantenere altrove. In particolare, il lavoro di Dries Van Noten si fonda sin dagli inizi su un’indole progettuale attenta all’uso audace, ma sempre misurato, del colore.
Il fulcro della sua moda policroma è senz’altro il layering, un principio di stratificazione, secondo il quale materiali, riferimenti culturali, epoche o stampe floreali ispirate al suo giardino, vengono accostati senza essere uniformati. È un processo che procede per sofisticati contrasti ponderati, mantenendo sempre visibile la complessità degli elementi in gioco, perfettamente equilibrati.
La genesi della sua visione è perciò fondamentale per comprendere appieno la specificità del legame con Venezia, che offre un terreno particolarmente significativo. Se per secoli è stata un centro nevralgico di scambi e produzione, oggi si delinea come un luogo decentrato rispetto ai principali sistemi produttivi contemporanei. Questa distanza, però, non rappresenta necessariamente un limite. Al contrario, permette alla città di mantenere un rapporto più diretto con i propri tempi e con le proprie pratiche, in particolare quelle legate all’artigianato, creando uno spazio favorevole alla riflessione e alla sperimentazione.
La città si è sviluppata nel tempo come il frutto di influenze che non si sono mai fuse completamente, ma che continuano a coesistere, come per esempio Oriente e Occidente o decorazione e architettura. Anche in questa particolarità, gli equilibri, come nell’armonia delle collezioni di Van Noten, derivano dalla capacità di tenere insieme differenze. L’acqua, le architetture, la persistenza dei mestieri, la relazione con la materia, tutto concorre a definire una città in cui il tempo si accumula in modo non lineare. Venezia costituisce quindi ancora una base concreta e fertile su cui poter innestare nuove forme di ricerca.
La Fondazione rappresenta pertanto una naturale estensione del percorso di Dries Van Noten, spostando l’attenzione dal sistema della moda a un ambito più ampio, in cui la pratica creativa viene osservata nelle sue molteplici forme. Concepita da Dries Van Noten e Patrick Vangheluwe, l’istituzione si costruisce attorno all’idea di artigianato come linguaggio culturale. Il fare diventa un atto che unisce mente e mano, materia e tempo, nella cornice di Palazzo Pisani Moretta, che, affacciato sul Canal Grande, si colloca lungo l’asse storico della rappresentazione veneziana.
L’obiettivo è creare connessioni tra discipline diverse, tra cui arte, moda, design, architettura, coinvolgendo sia figure affermate sia nuove generazioni di creativi e creative, chiamati a partecipare attivamente alla costruzione di un ecosistema culturale dinamico e cangiante. L’edificio stesso conserva una sovrapposizione di interventi, dagli apparati decorativi barocchi ai cicli pittorici, che rendono lo spazio un archivio visibile, e oggi, visitabile.
Il 25 aprile 2026, la Fondazione ha inaugurato la propria attività espositiva con la presentazione The Only True Protest Is Beauty, curata da Dries Van Noten e Geert Bruloot. Come sottolineato dai fondatori, il titolo riprende una frase del cantautore e attivista Phil Ochs e introduce una riflessione sulla bellezza: «Ci interessa la bellezza non come risposta, ma come domanda», affermano Dries Van Noten e Patrick Vangheluwe. «Non è una fuga dalla realtà, ma un modo per confrontarsi con essa. Quando la bellezza lascia spazio ad ambiguità, lentezza e contraddizione, quando turba invece di risolvere, allora diventa una forma sottile di protesta».
La mostra si articola in oltre venti ambienti, dove più di duecento opere, in relazione con l’architettura e con la storia degli spazi, costruiscono un percorso che procede per associazioni e contrasti. La presentazione riunisce pratiche e discipline diverse, tra cui la moda, che mantiene un ruolo centrale, ma anche arte, design, gioiello, vetro, fotografia e sperimentazione materica, mettendo al centro l’artigianato come linguaggio espressivo e veicolo di significato. Ne emerge una riflessione condivisa sulla capacità della bellezza di interrogare le convenzioni nel senso più ampio del termine.
L’accesso alla presentazione, legato a un programma di affiliazione destinato alla futura conservazione del palazzo, sancisce l’impegno della Fondazione verso la salvaguardia del patrimonio, intesa come partecipazione attiva alla vita di un organismo urbano vivo e in perenne trasformazione.
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