C’è un enologo piemontese dietro i vini italiani più famosi al mondo
FOOD & BEVERAGE
13 Aprile 2026
Articolo di
Valentina Alfarano
C’è un enologo piemontese dietro i vini italiani più famosi al mondo
Dietro alcuni dei vini italiani più riconoscibili nel mondo c’è lo stesso nome: Giacomo Tachis. È a partire dagli anni Sessanta che il suo lavoro contribuisce a spostare l’attenzione su un modo più consapevole di costruire il vino, coincidendo anche con la nascita e la diffusione del mito dei vini Supertuscan che porterà la firma di Tachis, piemontese di nascita, a diventare centrale nella storia dell’enologia mondiale.
La sua eredità si misura nei vini che ha contribuito a creare e nella ridefinizione stessa del ruolo dell’enologo, che da figura tecnica chiamata a intervenire sui difetti diventa parte attiva nelle scelte produttive. Prima del suo arrivo, la viticoltura privilegiava quantità e resa, con tecniche spesso limitate e una qualità incostante, in un contesto in cui tra gli anni Trenta e Sessanta si erano diffuse varietà molto produttive e sistemi orientati all’aumento delle rese per pianta; dopo di lui, il vino verrà concepito come un vero e proprio progetto.
Giacomo Tachis nasce a Poirino, in Piemonte, nel 1933, si forma alla Scuola Enologica di Alba e costruisce un percorso tecnico che lo porta, nei primi anni Sessanta, a entrare in una delle realtà più strutturate del vino italiano. Nel 1963, lo stesso anno in cui nascono le DOC, Tachis entra nella storica azienda Marchesi Antinori.
Ha poco più di trent’anni e incontra un giovane Piero Antinori, figlio di Niccolò Antinori e destinato a guidare una delle famiglie più importanti del vino italiano. L’incontro avviene all’interno dell’azienda, dove Tachis viene inserito come enologo e Piero Antinori inizia ad affiancare il padre nella gestione produttiva, e il confronto tra i due si sviluppa fin da subito intorno alla possibilità di sperimentare soluzioni nuove. Da quel confronto prende forma una stagione nuova, spesso definita come il Rinascimento del vino toscano.
Il passaggio a Bordeaux, alla scuola di Émile Peynaud, introduce Tachis a una visione diversa rispetto all’enologia italiana dell’epoca, ancora legata a pratiche correttive e a un uso più empirico della tecnica. È proprio Peynaud a trasmettergli un approccio più scientifico e moderno, fondato sulla gestione delle fermentazioni, sul controllo delle macerazioni e sull’uso mirato del legno. Il vino viene pensato come risultato di scelte precise e l’introduzione delle barrique, applicata anche all’affinamento del Sangiovese, rappresenta una novità rilevante per l’epoca nel panorama italiano, mentre la fermentazione malolattica e l’apertura ai vitigni internazionali segnano una svolta destinata a lasciare una traccia indelebile.
Su queste basi prende forma una nuova idea di vino italiano in grado di rileggere e trasformare la tradizione. Da questo contesto nasce il Tignanello, uno dei primi vini italiani pensato e costruito in ogni dettaglio; all’inizio è un Chianti Classico Riserva, poi diventa qualcosa di diverso, liberandosi dai vincoli disciplinari. Le prime versioni sono basate sul Sangiovese ma con il tempo viene introdotto il Cabernet Sauvignon e in seguito il Cabernet Franc, scelta che rompe con le regole del disciplinare dell’epoca, che prevedeva anche l’uso di uve bianche, insieme all’impiego delle barrique per l’affinamento, soluzione allora poco diffusa per il Sangiovese e destinata a incidere in modo significativo sullo stile del vino.
L’introduzione del Cabernet segna un punto di rottura e allo stesso tempo apre una strada; è uno dei primi vini italiani concepiti come sintesi tra tradizione e innovazione, e resta ancora oggi uno dei riferimenti di quel periodo. Insieme a Sassicaia e Solaia, Tignanello sarà poi identificato come “Supertuscan”, vini toscani ispirati ai grandi rossi di Bordeaux che si affermarono negli anni Ottanta.
Segue il Sassicaia a Bolgheri, nella tenuta di Mario Incisa della Rocchetta, cognato di Niccolò Antinori che fu il complice dell’incontro tra i due, dove prende forma un’idea che inizialmente sembra fuori contesto. Già dagli anni Quaranta Incisa della Rocchetta sperimentava il Cabernet Sauvignon nella sua tenuta, ma è solo alla fine degli anni Sessanta che il vino viene immesso sul mercato, un grande rosso ispirato a Bordeaux, costruito su Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, in una zona allora poco considerata per vini di questo tipo.
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Il progetto si consolida anche grazie al legame con la famiglia Antinori, che ne sostiene la diffusione inizale e coinvolge Giacomo Tachis nello sviluppo del vino, il quale contribuisce a trasformarlo in un modello. La prima annata ufficiale è la 1968, ma saranno le annate successive a definire uno stile più coerente e riconoscibile. Con l’annata 1985 il vino ottiene un riconoscimento internazionale decisivo, diventando il primo italiano a ricevere i 100 centesimi da Robert Parker, e nel tempo resta anche l’unico vino italiano a disporre di una denominazione DOC autonoma.
Solaia nasce invece come evoluzione naturale del percorso avviato con Tignanello. Più concentrato, più ambizioso, rappresenta una fase in cui la sperimentazione si fa consapevolezza; viene prodotto per la prima volta alla fine degli anni Settanta nella tenuta Tignanello, in una parcella del vitigno particolarmente esposta al sole, da cui prende il nome. Il progetto consolida una direzione già avviata, portandola a un livello più definito.
In Trentino, lontano dalla Toscana, Tachis lavora al San Leonardo, un progetto che mette insieme eleganza e struttura. L’incontro con la famiglia Guerrieri Gonzaga porta alla definizione di un vino che dialoga con la tradizione bordolese ma mantiene un’identità precisa, legata al territorio alpino. Il progetto prende forma tra gli anni Ottanta e Novanta e si inserisce in una realtà agricola storica, che con Tachis trova una direzione più strutturata e coerente.
Negli anni successivi alla sua esperienza in Antinori, Tachis si avvicina sempre più al Sud e alle isole. In Sardegna trova uno spazio di ricerca e libertà. Turriga nasce con l’idea di valorizzare i vitigni locali e raccontare un territorio spesso marginale nel panorama internazionale. Il progetto si sviluppa negli anni Ottanta con la cantina Argiolas e diventa uno dei primi esempi di grande rosso sardo costruito con ambizione internazionale. È uno dei progetti che meglio sintetizzano la sua maturità.
Nelle Marche prende forma un progetto che amplia il raggio d’azione del lavoro di Tachis. Pelago nasce in un territorio meno associato ai grandi rossi e contribuisce a ridefinirne le possibilità produttive, inserendo anche questa area in una traiettoria di maggiore riconoscibilità. Sempre in Sardegna, Terre Brune rappresenta uno dei primi passaggi verso una valorizzazione più consapevole del territorio e il vino contribuisce a portare l’isola all’interno di una nuova fase dell’enologia italiana, in cui anche le aree meno centrali trovano una propria identità definita.
In Sicilia, il lavoro di Tachis incontra una realtà in forte evoluzione, Mille e una Notte si inserisce in questo contesto e contribuisce a rafforzare una nuova immagine dell’isola nel panorama nazionale, più strutturata e riconoscibile. Più recente rispetto ai grandi classici, Solengo rappresenta una fase successiva della sua carriera. Il nome richiama una figura solitaria e potente, e il vino segue la stessa direzione. Nasce nei primi anni Novanta a Montalcino, all’interno della tenuta Argiano, dal sodalizio tra Giacomo Tachis e la contessa Noemi Marone Cinzano, inserendosi nella stagione dei Supertuscan con un successo immediato.
Il lavoro di Giacomo Tachis ha contribuito a ridefinire il ruolo dell’enologo, trasformandolo in una figura capace di leggere il territorio e intervenire in modo strategico sulle scelte produttive, dalla vigna alla cantina, fino alla definizione dello stile del vino. Dopo il 1993, conclusa la lunga esperienza con Antinori, continua a lavorare con numerose realtà, soprattutto nel Sud Italia. La sua attenzione si sposta verso territori meno centrali, dove intravede margini di crescita e possibilità di espressione. Nel tempo, il suo nome diventa sinonimo di rigore e intuizione.
Nel 2011 viene nominato “Man of the Year” dalla rivista Decanter, riconoscimento che confermò la sua influenza a livello internazionale. Fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2016 rimase una figura schiva, poco incline alla visibilità, più interessata al lavoro che al racconto. Eppure il racconto esiste, ed è scritto dentro i vini che portano la sua firma e il suo pensiero.
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