Dove viveva Gianni Agnelli, tutte le case dell’Avvocato
HOUSE
12 Agosto 2026
Articolo di
Michela Frau
Dove viveva Gianni Agnelli, tutte le case dell’Avvocato
Il re senza corona (e castello). È pensiero diffuso ritenere che gli Agnelli siano stati l’ultima vera dinastia reale d’Italia. Sebbene non abbiano mai ricoperto ruoli istituzionali ottenuti per discendenza – il loro “titolo” era piuttosto legato all’influenza e al potere che esercitavano con innata naturalezza – in loro, in parte, scorreva sangue blu. Marella apparteneva ai nobili Caracciolo di Castagneto, storica famiglia dell’aristocrazia napoletana insignita dei titoli di principi di Castagneto e duchi di Melito. Gianni, invece, discendeva da un’antica casata nobiliare per parte di madre, l’anticonformista principessa Virginia Bourbon del Monte. Ci si aspetterebbe, quindi, che da buona (seppur fittizia) famiglia reale i coniugi Agnelli possedessero uno storico e scenografico castello di famiglia. Nessun castello, invece, nel loro regno ma oltre dieci dimore che pur senza torri, cinte murarie e fossati, stupivano per magnificenza scenografica e tesori custoditi tra le loro mura.
Il buon gusto, d’altronde, era dalla loro parte. Lui, con l’orologio indossato sopra il polsino delle camicie Brooks Brothers – modello rigorosamente button-down –, la cravatta storta, gli stivaletti in camoscio e i blazer doppiopetto di flanella pesante, divenne l’ambasciatore dello stile italiano nel mondo. Lei, forte di un’innata e altera eleganza, non fu costretta a ricorrere ad alcuna esagerazione per guadagnarsi il titolo di una tra le donne meglio vestite al mondo. Un comune gusto per il bello che seppero infondere in tutte le loro dimore, dove conducevano una vita più che regale. Il servizio giornaliero di lavanderia, il personale in livrea pronto a scattare alla pressione di un tasto. E poi le cene: quelle glamour, con i più grossi nomi della politica e del jet set, e quelle più intime e familiari, alle quali l’Avvocato arrivava dopo il lavoro, a bordo del suo elicottero, rinnovando un rituale di famiglia che apparteneva già a suo nonno Giovanni. Lo stesso mezzo lo utilizzava poi per stupire i suoi due figli, Edoardo e Margherita, all’epoca bambini, portandoli a fare un improvviso bagno in Riviera.
La vita era da sogno. Le case erano da sogno. Galleristi e i più rinomati architetti, opere d’arte e arredamento ricercato che rispecchiava lo stile di Gianni e di Marella, la quale sebbene naturalmente dotata di un innato buon gusto – come dimostravano la squisitezza dei giardini che curava personalmente, supportata da paesaggisti d’eccezione, come Russell Page – dovette invece apprendere, come da lei raccontato, le doti da buona padrona di casa. In suo soccorso, chiamata dall’Avvocato, arrivò la Contessa Volpi, veneziana proprietaria di magnifiche dimore, che le insegnò come gestire le proprietà: il numero di lenzuola necessarie, dove far ricamare quelle lenzuola, la tipologia di servizi di porcellana che bisognava avere, come creare il menù di una cena formale, dove trovare le perfette uniformi per i domestici. Consigli e dettami utili, secondo la più esperta contessa, «a mantenere un uomo», oltre che una casa. Case, in questo caso, diverse, ciascuna delle quali veniva abitata in differenti momenti dell’anno e destinata a differenti funzioni.
Villa Agnelli a Villar Perosa è il feudo di famiglia. Di proprietà degli Agnelli dall’Ottocento, la dimora tra le campagne della Val Chisone, in provincia di Torino, si dice fosse la preferita dell’Avvocato, ed è facile capire il perché. Fu qui che nacque suo nonno e fu qui che, nella valle ai piedi delle Alpi, si costruirono molti dei ricordi di famiglia che vi soggiornava per gran parte dell’estate (da metà agosto alla fine di settembre). La dimora, ponte simbolico tra passato, presente e futuro, fu costruita nel Settecento e attribuita all’architetto Filippo Juvarra, uno dei protagonisti del barocco piemontese, per poi essere ristrutturata con gli elementi che ne contraddistinguono l’aspetto attuale: la galleria cinese, con gli stucchi e la carta da parati del XVIII secolo, la biblioteca, i mobili in vimini imbottiti e le stuoie di paglia al posto dei tappeti. Una casa poco country, ma molto chic. Poi il giardino, rivoluzionato da Russell Page, e la piscina, che per volere dei proprietari doveva riflettere i verdi e i grigi dell’ambiente circostante. Motivo per il quale fu arruolata Gae Aulenti, che ebbe l’intuizione di colorarla di arancione: una trovata che consentì la riuscita dell’ambizioso progetto. Non l’unico a poter essere definito tale.
Se Villar Perosa rappresentò per anni la memoria dinastica, Villa Frescot, a partire dagli anni Settanta, fu per decenni la casa privata di Gianni e Marella. A pochi passi da Torino, la tenuta ottocentesca (che comprendeva anche Villa Bona, la casa di Edoardo Agnelli e una depandance) si estendeva su un parco di oltre 3 ettari, costellato di castagneti, frutteti e giardini, tra cui quello di lavanda. Ventinove camere e quindici bagni, progettati da Renzo Mongiardino, con Marella fortemente coinvolta, come sempre, nella decorazione. Un delizioso salotto privato in cui, oltre alla famiglia, vennero accolti illustri ospiti, come Henry Kissinger e Margaret d’Inghilterra. Mai per parlare di lavoro, sempre per trascorrere del piacevole tempo tra le opere di una collezione che definire importante sarebbe riduttivo. Monet e Bacon, due nomi bastano per definirne la caratura.
Se alcune residenze degli Agnelli divennero custodi di opere d’arte, altre furono concepite come vere e proprie gallerie private da abitare. È il caso dell’appartamento milanese di via Brera, progettato da Gae Aulenti, che la stessa architetta presentò nel 1970 sulle pagine di Domus con un titolo già di per sé esplicativo: La casa del collezionista. Il progetto nasceva dalla volontà di creare uno spazio definito «il luogo di una collezione», in cui i mobili tendessero a scomparire per lasciare emergere le opere: Bacon, Duchamp, Magritte e l’enorme Lichtenstein che sovrasta il tavolo in lamiera.
L’arte è il fil rouge che lega tra loro tutte le dimore. Oltre Milano, gli Agnelli, in virtù del ruolo di spicco che l’Avvocato ricopriva all’epoca, non potevano non avere dei «punti di appoggio» nelle più importanti città. Ecco quindi l’appartamento romano, all’ultimo piano di Palazzo Mengarini Albertini Carandini, edificio ottocentesco affacciato sul Quirinale. Grandi superfici bianche, intervallate da elementi in acciaio, contrastavano elegantemente con i mobili in rattan. Soffitti altissimi ed enormi finestre ad arco illuminavano gli interni, emblema di quel modernismo essenziale che l’architetto americano Ward Bennett aveva pensato per questo gioiellino, scrigno di opere d’arte di Fontana e Balla, affacciato sui giardini di Palazzo Colonna e sulla Basilica di San Pietro.
Oltre Milano, poi New York. Due architetti per una sola casa: da un lato il fidato Mongiardino, dall’altro un giovane Peter Marino, entrambi arruolati per il lussuoso appartamento di due piani che gli Agnelli acquistarono al numero 770 di Park Avenue. New York, in quegli anni, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, era il luogo in cui tutto accadeva e l’Avvocato, che era solito trascorrervi parecchio tempo fin da giovanissimo, non poteva non esserci. A differenza di quella romana, questa non era una casa minimalista, ma pullulava di libri, mobili antichi e opere d’arte moderna, riuniti in un ensemble che contraddistingueva lo stile di Donna Marella.
E se tra i palazzi dello skyline newyorkese gli Agnelli erano soliti trascorrere i mesi invernali, la casa di famiglia a Torino rimase per sempre un luogo speciale per l’Avvocato, che d’altronde al numero 26 di corso Matteotti era nato. È in questa casa che, secondo le testimonianze, prese forma la passione per l’arredamento di Marella, la quale, pur volendo non stravolgere l’aspetto di un luogo sacro per la famiglia, in cui era entrata sposando Gianni nel Castello di Osthoffen in quel novembre del 1953, si dilettò nella decorazione di quegli spazi. E il Renoir posizionato tra due fagiani di porcellana cinese di epoca Qianlong racconta bene il suo tocco. Una grande dimora aristocratica all’interno di un palazzo ottocentesco dalla facciata monumentale, che si rivelò comunque troppo piccola per contenere la collezione d’arte che i coniugi iniziavano ad accumulare.
Dalle città al mare, dalle residenze di rappresentanza ai rifugi più privati, il patrimonio immobiliare degli Agnelli seguiva anche il ritmo delle stagioni e accanto ai luoghi della vita pubblica, c’erano poi le case vacanza. Fu Edoardo Agnelli, padre di Gianni, ad acquistare nel 1926 la neorinascimentale Villa Costanza a Forte dei Marmi. La residenza dalla facciata rosa, con le ampie stanze distribuite su tre piani, la biblioteca e la sala da pranzo con veranda affacciata sul parco di pini marittimi, fu teatro delle lunghe estati dell’infanzia e della giovinezza di Gianni e delle sue sorelle, contribuendo a costruire il mito della Dolce Vita e delle estati in Versilia. Una storia d’amore – interrotta anche da spiacevoli avvenimenti – durata più di trent’anni, fino al 1969, quando la famiglia vendette la casa.
Dalla Riviera romagnola a quella francese. Sulle alture di Villefranche-sur-Mer, a pochi chilometri da Nizza, Villa La Leopolda regna incontrastata, con le sue scenografiche terrazze affacciate sul Mediterraneo. Monumento degli anni d’oro della Costa Azzurra, originariamente costruita dal re Leopoldo II del Belgio nel 1902 per la sua amante, la residenza di gusto neo-palladiano, circondata da un parco di circa otto ettari, appartenne per pochi anni a Gianni e Marella che, alla fine degli anni Cinquanta, la acquistarono per poi rivenderla nel 1963 a Dorothy J. Killam. Eppure bastarono per legare per sempre l’imponente tenuta alla storia della famiglia.
Se dovessimo assegnare il titolo della proprietà più scenografica appartenuta alla famiglia torinese, questo non potrebbe forse che andare a Villa Il Convento di Alziprato. Immerso nell’entroterra della Balagna corsa, il convento francescano del XVI secolo, con il suo aspetto austero e rurale – il che lo rendeva diametralmente opposto all’opulenza delle altre dimore – divenne il buen retiro estivo perfetto dei coniugi. Il lusso, in questo caso, era la riservatezza di un luogo colmo di storia.
Si dice che Marella inizialmente la considerasse brutta, un impressione che probabilmente seppe trasformare nell’occasione per fare di Chesa Alcyon, l’iconico chalet di Saint Moritz, un puro omaggio al mondo della Secessione viennese. Con l’aiuto degli ormai fedeli Mongiardino e Aulenti, l’iconica dimora dell’Engadina, legata nell’immaginario collettivo alla fama da sciatore dell’Avvocato, alle celebri fotografie delle sue vacanze invernali e agli illustri ospiti che ne animavano le serate, divenne uno scrigno di opere di Gustav Klimt ed Egon Schiele, tra pareti tappezzate di carte da parati e mobili di Josef Hoffmann.
«Mettigli un elmo in testa, mettilo a cavallo. Ha la faccia del Re», disse di lui Federico Fellini. Forse perché, oltre al volto e al carisma, Gianni Agnelli possedeva ciò che più di ogni altra cosa definisce un sovrano: un regno. Solo che il suo era fatto di case, opere d’arte, giardini sconfinati.