STYLE

17 Settembre 2026

Articolo di

Clara Giaquinto

La grammatica del colore secondo Yves Saint Laurent

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17 Settembre 2026

Articolo di

Clara Giaquinto
Yves Saint Laurent grammatica colore
Photo of Jacques Dubussy / Fondation Pierre Bergé - Yves Saint Laurent

La grammatica del colore secondo Yves Saint Laurent

Siamo nel 1965 e a Parigi la haute couture sta vivendo una stagione di vivace fermento e trasformazione. Nel mentre, la moda accoglie le visioni spaziali di André Courrèges e Pierre Cardin, laddove Mary Quant stravolge le convenzioni del costume svelando le gambe con audaci minigonne. In questo clima di esuberanza, al numero 30 bis di Rue Spontini un non ancora trentenne Yves Saint Laurent cerca la propria via verso la modernità. Definito dalla stampa dell’epoca come il “Beatle de la rue Spontini”, il couturier sceglie invece di staccarsi dalla rigidità congegnando una serie di coordinate fondamentali che definiranno la sua identità stilistica negli anni successivi. Oggi, osservando l’evoluzione del brand a partire dai primi anni, risulta evidente tra questi codici come il taglio, per quanto chirurgico e rivoluzionario, non sia mai stato scisso in realtà dalla materia cromatica.

È infatti fin dalle prime collezioni degli anni Sessanta che Yves Saint Laurent inizia a comporre una delle tavolozze più riconoscibili della moda del Novecento. È però con l’autunno/inverno 1965 che la pittura sbarca esplicitamente sulle passerelle con la celebre collezione ispirata a Mondrian in cui lo stilista, attingendo a una monografia regalatagli dalla madre, pone le basi per un’estetica fondata su tagli geometrici e colori primari. Nella collezione, ben 26 modelli richiamavano l’opera dell’artista in celebri cocktail dress costruiti mediante campiture di colore sapientemente ottenute con intarsi di jersey di lana senza cuciture visibili. Il colore assume così una funzione ben precisa nella costruzione della silhouette, definendone i volumi e modificandone la percezione della forma. La sua era soprattutto una ricerca cromatica e voleva che i capi si muovessero con il corpo, trasformando così i celebri quadri bidimensionali in sculture animate a tre dimensioni. Come affermerà lui stesso “Mondrian è la purezza e non si può andare oltre nella pittura. Il capolavoro del XX secolo è un Mondrian.”

Eppure, la vera esplosione cromatica avviene l’anno successivo, quando nel 1966 Yves Saint Laurent e Pierre Bergé sbarcano per la prima volta a Marrakech. Dopo giorni di pioggia torrenziale trascorsi rinchiusi in albergo, una mattina il cielo si spalanca rivelando la magica luce del Maghreb e le cime innevate dell’Atlante. “Non avremmo mai dimenticato quella mattina”, ricorda Bergé negli anni seguenti, “poiché, in un certo senso, decise il nostro destino”. Per Saint Laurent, nato in Algeria, è come ritrovare la luce dell’Africa del nord della sua infanzia, una materia viva che avrebbe travolto e ridefinito per sempre il suo immaginario. Il colore diventa così una sorta di esperienza sensoriale quotidiana, assorbita e ridefinita negli spostamenti tra l’atelier di Parigi e le nuove dimore marocchine, da Dar el Hanch a Villa Mabrouka, fino alla celebre Villa Oasis. Lo stilista stesso ne sintetizzò successivamente la portata:

“Una volta diventato sensibile alla luce e ai colori, ho notato soprattutto la luce sui colori… in ogni angolo di strada a Marrakech si incontrano gruppi straordinariamente vivaci di uomini e donne, che risaltano in una miscela di caftani rosa, blu, verdi e viola.”

In particolare, Villa Mabrouka a Tangeri, come ricordò il decoratore Jacques Grange, era arredata come la dimora di un eccentrico inglese degli anni Cinquanta, assegnando a ciascun ambiente una tonalità dominante con una stanza blu, una gialla, e così via, quasi a voler trasferire negli interni la logica cromatica che da decenni apparteneva alle collezioni del padrone di casa. È da questa ricerca che nasce la grammatica del colore di Saint Laurent dove ogni tinta acquista un peso preciso sulla silhouette e cambia funzione in rapporto al taglio in un modo unico di trattare la materia con la stessa sensibilità con cui un pittore compone la sua tela. Un codice che, ancora oggi, rimane tra i più riconoscibili della maison. 

IL NERO

Quando Yves Saint Laurent fonda la propria maison insieme a Pierre Bergé nel 1961, il primo capo presentato il 29 gennaio 1962 fu proprio un little black dress. Quasi una profezia per un couturier che avrebbe fatto del nero una costante, una tinta scura paragonata dallo stesso creatore alla linea di una matita per la sua capacità di definire i contorni e spostare l’attenzione sulla purezza del taglio e dei materiali. Il riferimento cromatico oggi più immediato resta Le Smoking, presentato per la prima volta nella collezione haute couture autunno-inverno 1966, che portava nel guardaroba femminile un capo fino ad allora legato alla tradizione maschile. Una presenza sobria ma radicale, capace di focalizzare l’attenzione sul taglio e la costruzione. Il nero compare in ogni collezione, rivelando la sofisticata sartorialità all’interno di ogni creazione e incorniciando magnificamente tutti gli altri colori elevandone la profondità con un vivido gioco di contrasti.

IL BIANCO

All’altro estremo del registro cromatico di Yves Saint Laurent si trova il bianco. Una tonalità complessa, tutt’altro che neutra, che viene manipolata nelle sue gradazioni più sottili, dall’avorio all’ecrù, mettendo a nudo la costruzione sartoriale dei capi. Il bianco richiede una precisione millimetrica nella sua lavorazione, poiché ogni imperfezione risulterebbe immediatamente visibile. In questo senso, se il nero delimita, il bianco espone, rendendo immediatamente leggibili le proporzioni e la costruzione. Utilizzato principalmente per gli abiti da sera e nuziali, come il celebre e voluminoso abito da sposa della collezione haute couture autunno-inverno 1965, ispirato alle matrioske russe. Lavorato a mano in maglia di lana e completato da nastri di satin di seta color avorio, aiuta a capire come nello stesso défilé, lo stilista inserisca due modi quasi opposti di lavorare il colore: da una parte le campiture grafiche di Mondrian, dall’altra una superficie quasi monocroma della sposa.

IL BLU

Il contatto con il paesaggio marocchino e la successiva acquisizione del Jardin Majorelle, con la sua iconica villa dipinta in blu oltremare dall’artista Jacques Majorelle, trasformano radicalmente la tavolozza di Yves Saint Laurent. Laddove i pigmenti si intensificano, le combinazioni abbracciano un’ampiezza espressiva inedita sfuggendo alla tradizionale compostezza parigina. Il blu, in particolare, diventa una presenza quasi sacrale, caricandosi dopo il 1966 di toni profondi e saturazioni elettriche che richiamano le ceramiche nordafricane e i cieli del Maghreb, abbandonando quella sobrietà degli anni precedenti. Si può affermare che il blu occupa una posizione privilegiata nella palette dello stilista, che ne esplora diversi aspetti, giocando con le textures, manipolando stratificazioni e riflessi, fino ad arrivare ad accostamenti poco ortodossi per l’epoca come il blu con il nero.

IL MARRONE

Il marrone viene in un certo senso riabilitato dallo stilista, essendo un colore tradizionalmente relegato al guardaroba quotidiano e privo di slanci di alta moda. Più discreto rispetto ai blu elettrici o ai fucsia, le sfumature del marrone passano per le tonalità del cioccolato, del tabacco, del bronzo e del mogano, acquistando profondità attraverso l’accostamento di materiali tattili differenti come velluto, camoscio, pelle e pelliccia.  Abbinato ad altri colori, come all’oro e ai rossi, il marrone richiama le atmosfere esotiche e pittoriche che hanno alimentato le grandi collezioni degli anni Settanta, come la celebre linea ispirata ai Ballets Russes del 1976 o le suggestioni orientali legate al lancio del profumo Opium nel 1977. Tra tutti, è forse il colore che meglio dimostra quanto la palette di Saint Laurent fosse effettivamente ampia alimentando la sua rara capacità di assegnare a ogni tonalità un ruolo preciso all’interno dell’abito.

IL ROSA

Il rosa, colore storicamente legato a una dimensione romantica e delicata, viene liberato da Saint Laurent fino a diventare una dichiarazione di audacia e libertà. Definito dal couturier stesso come il suo colore preferito dopo il nero, il rosa viene esplorato in tutto il suo spettro visivo, dalle sfumature più tenui fino ai fucsia vibranti che richiamano il shocking pink” di Elsa Schiaparelli. Ne è un esempio iconico la cappa della haute couture dell’autunno/inverno 2000. Nelle mani del couturier il rosa abbandona ogni sorta di ingenuità acquistando autorevolezza e assertività all’interno delle sue collezioni.

IL VERDE

La gestione del verde risulta altrettanto complessa, essendo un colore particolarmente insidioso quando accostato ad altre tonalità. Spesso legato a motivi vegetali, questo colore viene utilizzato come una sorta di elemento ritmico capace di creare combinazioni cromatiche audaci.  Nella collezione haute couture primavera-estate 1971, la celebre Libération ispirata alla moda degli anni Quaranta, una pelliccia in volpe tinta di verde dimostra come la maison sapesse padroneggiare una tinta difficile con maestria e un pizzico di ardore. Seguendo una logica cromatica che nasce anche dall’osservazione dei vivaci caftani incontrati durante i soggiorni marocchini, lo stilista abbandona ogni pudore nell’accostamento dei colori servendo combinazioni inaspettate nello stesso look.

IL ROSSO

Il rosso rappresenta la quota più teatrale e drammatica della produzione della maison. Questo colore vive di una profonda ambiguità tra seduzione e rigore. Il rosso compare lungo l’intera carriera di Saint Laurent, sfruttato dal couturier sia come accento sia in total look grazie alla sua immediatezza visiva, sottolineando la presenza del corpo attraverso il richiamo al rossetto o alla manicure rubino. Un momento emblematico di questa visione ci riporta alla sfilata haute couture autunno/inverno 1992, quando la sposa finale si presenta interamente vestita di rosso, ribaltando l’immagine ormai consolidata del tradizionale abito nuziale bianco. Un gioco di ribaltamenti, in cui i canoni moderni vengono rovesciati a favore di un recupero storico della tradizione medievale, quando il rosso era associato della prosperità.

IL GIALLO E L’ORO

Mentre il giallo compare con minore frequenza nelle collezioni di Saint Laurent, la sua declinazione dorata diventa un punto chiave nella spettacolarizzazione delle forme, mutando le superfici con una radiosità che conferisce ai capi un’intensità quasi regale. L’oro, utilizzato sapientemente dalle maestranze dell’atelier per ricami sofisticati e applicazioni preziose, non è da considerarsi un mero orpello fine a sé stesso. Le tonalità dell’oro diventano invece uno strumento per catturare la rifrazione luminosa ed accompagnare la dinamica del movimento sul corpo. Il colore dipende così anche dal materiale che lo porta; infatti, su una superficie opaca rimane compatto, mentre su una lavorazione metallica acquista una qualità più cangiante.

IL GRIGIO

Il colore grigio compare in molti dei capi più rigorosi del guardaroba femminile della maison, dai tailleur agli smoking. Si tratta di una tonalità particolarmente apprezzata dallo stilista per la sua capacità di lasciar emergere con chiarezza la precisione del taglio, acquistando profondità e matericità tramite l’uso di tessuti come la flanella e il tweed. Nel lavoro di Yves Saint Laurent i grigi diventano quindi le tonalità dell’equilibrio e dell’austerità, secondo una misura attentamente controllata che permette alle proporzioni di esprimersi senza ricorrere a effetti cromatici più vistosi.

L’ARANCIONE

L’arancione entra prepotentemente nelle collezioni di Yves Saint Laurent a partire dal 1966, quando l’incontro con il Marocco modifica profondamente il suo rapporto con i colori più vivi e modifica radicalmente la tavolozza del couturier.  È una tonalità solare e intensa che viene inserita nella palette del couturier in accostamenti sempre più liberi come con il rosa o il viola. Nel suo calore si condensa la luce dell’Africa del Nord, capace di riaccendere i colori e renderne più audaci le combinazioni. L’arancione diventa quindi un mezzo di sperimentazione cromatica che contribuisce a strutturare le silhouette, mettendo in risalto allo stesso tempo la ricchezza dei tessuti e dei ricami. 

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