Il linguaggio nascosto dell’abito da sposa nel sistema moda
STYLE
27 Febbraio 2026
Articolo di
Beatrice Nicolini
Il linguaggio nascosto dell’abito da sposa nel sistema moda
Che l’abito da sposa animi la navata di una chiesa o una qualsiasi collezione di Vera Wang non stupisce. Ma che Kylie Jenner ne indossi uno firmato Off-White al Met Gala insieme a Dua Lipa, in Chanel vintage— lo stesso con cui Claudia Schiffer chiuse la sfilata del brand nel 1990 — rappresenta una scelta contestuale curiosa, ma non lontana o estranea dagli usi e costumi del bridal look nella filiera moda.
Photo Instagram of @kyliejenner; Off-White Bridal dress
Se a primo acchito il red carpet pare infatti snaturare l’uso tradizionale dell’abito da sposa, relegato, comunemente, alla sfera matrimoniale, la passerella è da sempre un palcoscenico rilevante nella presentazione delle tendenze e dei cambiamenti di un’epoca, dalla lunghezza dell’orlo all’orientamento sessuale. Basti pensare alla reinterpretazione del velo secondo Balenciaga negli anni ‘60, o al Cocoon Dress di Saint Laurent ispirato alla matrioska russa, oppure ai vestiti da sposa dalla lunghezza vertiginosa di Versace e Oscar de la Renta negli anni ‘90, e l’inserimento di ben due spose dello stesso sesso, voluto da John Galliano, nella collezione primavera-estate di Dior del ‘99.
Ciò che accomuna maggiormente la presentazione di questi modelli al pubblico è, in realtà, il loro posizionamento nell’haute couture, che di per sé incarna già la dimensione più alta, estrosa ed esagerata della moda, ma simboleggia anche l’esercizio più tecnico e manuale del settore, utile a mostrare al pubblico la maestria della maison. Non è quindi un caso che l’abito da sposa prenda forma proprio in questa sezione della moda e che, soprattutto, appaia spesso sul finale, segnando la conclusione dell’intera sfilata.
Se ogni collezione trova ispirazione in uno o più temi raccontando una storia visiva, anche l’arrivo della “sposa” sulla passerella—oltre a facilitare l’esposizione di uno dei capi più complessi da realizzare all’interno della collezione, meritandosi, pertanto, il pathos tipico del gran finale—potrebbe quindi coincidere con il culmine delle storie d’amore a cui siamo esposti sin dall’infanzia. Dai film che vedono come protagoniste le principesse Disney ai romanzi inglesi più noti, è infatti proprio l’arrivo della sposa, e il suo conseguente matrimonio, che spesso detta il coronamento della narrativa e concede al pubblico il lieto fine.
Una connessione prosastica certamente romantica, ma non propriamente comprovata, che inoltre, spiegherebbe solo parzialmente il ruolo della sposa come chiudi-fila. Infatti, le origini di questa tradizione sono molto più recenti dei libri firmati da Jane Austen, poiché la sposa comincia ad apparire a fine sfilata solo tra gli anni ‘40 e ‘50, e le sembianze del suo abito nel contesto matrimoniale sono pressoché contemporanee, e molto più pagane di quanto si possa immaginare.
In Occidente, per esempio, l’abito bianco è spesso considerato sinonimo di tradizione. Ma la semiotica del colore stesso, frequentemente associata alla purezza, affonda le sue radici in una scelta stilistica della regina Vittoria, che nell’Inghilterra del 1840, decise di sposarsi in bianco poiché la tonalità, a suo avviso, esaltava al meglio i decori presenti sul capo, dimostrando come la decisione non avesse nulla a che vedere con l’integrità, l’innocenza o la castità. Eppure, nonostante la moda abbia scardinato una varietà di stereotipi introducendo modelli d’abito dall’anatomia non convenzionale e in contesti inusuali, esiste ancora una forte pressione sociale nell’adeguarsi a forme e colori concepiti come tradizionali, come spiega un articolo del The New York Times.
L’abito da sposa vive quindi di contraddizioni continue, ma non per questo limita o esclude i suoi possibili significati. L’alta moda, in fondo, rispecchia proprio questo: l’abilità di trasportare il pubblico, che sia costituito da invitati a un matrimonio o da fan del Met Gala, a una dimensione sognante, aspirazionale, e che proprio per questo si distacca dal ready-to-wear, avvicinandosi più al desiderio di un lieto fine, che alla realtà.
advertising
advertising
