López de Heredia Viña Tondonia, la cantina spagnola dove il tempo si è fermato
FOOD & BEVERAGE
2 Febbraio 2026
Articolo di
Valentina Alfarano
López de Heredia Viña Tondonia, la cantina spagnola dove il tempo si è fermato
Nel paesaggio di Haro, capitale storica della Rioja Alta al nord della Spagna, il vino ha imparato a intrecciarsi con lo spazio, quasi a costruire nel tempo un rapporto fatto di prossimità e misura, ed è in questo contesto che, alla fine dell’Ottocento, Don Rafael López de Heredia y Landeta fonda la cantina R. López de Heredia, destinata a diventare una delle realtà più longeve della regione.
L’azienda cresce mentre la regione assorbe saperi arrivati da oltre confine e li trasforma in una grammatica propria, legata al territorio e al tempo lungo dell’affinamento. È in questo contesto che prende forma Viña Tondonia, il vino destinato a diventare l’espressione più riconoscibile della cantina e della sua filosofia produttiva, ottenuto da un blend composto in prevalenza da tempranillo e da una piccola percentuale di Garnacha, Graciano e Mazuelo, affinato per molti anni prima in botti di legno, prodotte dall’azienda stessa, e poi in bottiglia prima della messa in commercio.
ALAMY/Factofoto
A distanza di quasi 150 anni, López de Heredia Viña Tondonia resta una realtà familiare, ancora legata alla sede originaria e a una visione produttiva mantenuta nel tempo. La posizione scelta per la cantina, a ridosso della ferrovia, racconta che Haro era un nodo strategico per gli scambi, un punto di passaggio dove i commercianti francesi trovarono rifugio durante la crisi della fillossera, che colpì gran parte delle viti europee, individuando nuove fonti di rifornimento per le uve da vinificare. Don Rafael assorbe quel sapere e lo rielabora, costruisce un modello produttivo che privilegia la continuità e l’autonomia. I vigneti di proprietà, disposti lungo la valle dell’Ebro, diventano l’estensione naturale della cantina, mentre l’architettura inizia a prendere forma.
ALAMY/Javier LARREA
L’edificio, infatti, cresce lentamente, per aggiunte successive, seguendo le esigenze del lavoro e dell’invecchiamento.Il nucleo del complesso è il Calado, la cantina sotterranea scavata in un unico blocco di arenaria. Le gallerie si spingono in profondità e si allungano verso il fiume, creando un sistema ipogeo che regola naturalmente temperatura e umidità. Le botti trovano qui una dimora stabile, accompagnate da un silenzio denso che accompagna il passare degli anni. La pietra estratta dallo scavo viene riutilizzata per innalzare i muri in superficie; ne risulta un’architettura compatta.
ALAMY
Camminando tra le navate sotterranee e risalendo verso le parti emergenti, si percepisce una cura costante per le proporzioni e per la luce. López de Heredia viene spesso descritta come una cattedrale del vino, un luogo dove lo spazio accompagna i gesti quotidiani della cantina. Le torrette sopraelevate, le coperture e le aperture misurate raccontano un’idea di bellezza legata all’uso e alla durata. Ogni elemento trova posto in risposta a una necessità concreta e contribuisce a una continuità visiva costruita nel tempo, dove l’architettura resta aperta a trasformazioni lente, senza mai fissarsi in una forma conclusa.
All’inizio degli anni Duemila, in occasione del centoventicinquesimo anniversario della bodega, emerge l’esigenza di proteggere e restituire al pubblico uno stand modernista realizzato nel 1910 per l’Esposizione Universale di Bruxelles. Dopo il restauro e una prima esposizione a Barcellona, la struttura viene trasferita a Haro. Per accoglierla, la cantina affida a Zaha Hadid il progetto di creare una sorta di involucro.
ALAMY/Factofoto
Il risultato è la costruzione di un padiglione che ha il pregio di avvolgere lo stand, all’interno del quale le superfici fluide disegnano una copertura leggera, pensata per proteggere e valorizzare l’oggetto storico, trasformandolo in un punto di passaggio del percorso di visita. L’intervento si inserisce nel complesso con discrezione, lasciando che il contrasto tra linguaggi diventi occasione di lettura. Lo spazio che ne deriva accoglie una piccola area espositiva e una boutique, mantiene una scala contenuta e un rapporto diretto con l’ambiente circostante.
ALAMY/Factofoto
Nel silenzio delle gallerie sotterranee e nella leggerezza del padiglione emerge una stessa idea di fondo: fare vino significa dare forma all’attesa e costruire spazi capaci di accompagnare la trasformazione. A Haro, l’architettura di López de Heredia continua a raccontarlo con una voce misurata che attraversa i decenni senza perdere mai intensità.
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