Senza Madame Leroy il vino francese non sarebbe lo stesso
FOOD & BEVERAGE
3 Agosto 2026
Articolo di
Valentina Alfarano
Senza Madame Leroy il vino francese non sarebbe lo stesso
Lalou Bize-Leroy è l’erede di una storica famiglia di négociant, l’ex codirettrice del Domaine de la Romanée-Conti e la fondatrice di due aziende che appartengono oggi al vertice della Borgogna. Nel corso di oltre settant’anni di attività ha legato il proprio nome alla storica Maison Leroy, che opera nel commercio e nella selezione dei vini, e ai due domaine attraverso i quali ha sviluppato il proprio progetto agricolo, il Domaine Leroy e il Domaine d’Auvenay. Il titolo di “Regina della Borgogna” racconta dunque una posizione conquistata sul campo, dopo che il patrimonio ricevuto dalla famiglia era diventato il punto di partenza per un progetto profondamente personale.
La storia ebbe origine nel 1868, quando il bisnonno François Leroy fondò ad Auxey-Duresses la Maison Leroy, un’attività di négoce che acquistava i vini della regione, li selezionava e ne seguiva il lungo affinamento prima della commercializzazione. Lalou nacque nel 1932 e crebbe in un ambiente nel quale il vino rappresentava per la famiglia un mestiere tramandato attraverso le generazioni e richiedeva una ferrea competenza che si formava lentamente, per eseperienza, tra le vigne e gli assaggi. A ventitré anni, nel 1955, Lalou entrò nella Maison Leroy e iniziò a occuparsi della selezione dei vini destinati a portare il nome dell’azienda, e il suo compito, semplice solo in apparenza, consisteva nel valutare le produzioni acquistate dai viticoltori e nel seguirne l’affinamento fino a stabilire quali fossero all’altezza della reputazione familiare. La determinazione con cui affrontò questo incarico la spinse presto a imporre criteri ancora più severi; pretese assaggi alla cieca condotti su centinaia di campioni e sostenne tempi di maturazione più lunghi di quelli allora consueti, perché considerava il nome Leroy una garanzia che poteva essere concessa soltanto dopo controlli severi. La sua fama nacque anche da questa capacità di giudizio, che le permetteva di riconoscere il valore di una vendemmia senza lasciarsi condizionare dall’etichetta o dalla notorietà del produttore.
Nel frattempo, il destino della famiglia si era intrecciato con quello del Domaine de la Romanée-Conti. Nel 1942 Henri Leroy, padre di Lalou, aveva acquistato metà della proprietà e aveva affiancato la famiglia de Villaine nella gestione di una tenuta già considerata straordinaria. La giovane Lalou frequentò il domaine durante gli anni della propria formazione e conobbe da vicino un patrimonio composto da alcuni dei vigneti più celebri della Borgogna, nei quali ogni scelta agricola poteva avere conseguenze destinate a durare per decenni. Nel 1974 assunse la codirezione della Romanée-Conti insieme ad Aubert de Villaine.Lalou partecipò alle decisioni relative alla conduzione delle vigne e alla qualità delle produzioni durante una fase decisiva per il consolidamento internazionale della tenuta. Il rigore maturato durante il percorso presso Maison Leroy entrò così nel lavoro quotidiano del domaine, dove rafforzò la sua convinzione che il prestigio di un vino dovesse nascere prima di tutto dalla salute delle piante e dalla cura riservata a ogni parcella. L’esperienza presso Romanée-Conti le mostrò anche il valore del controllo diretto sulla terra. Lalou portò con sé il rigore maturato e rafforzò l’attenzione verso la salute delle piante, convinta che il prestigio della Romanée-Conti dovesse essere difeso attraverso il lavoro quotidiano prima ancora che attraverso la rarità delle bottiglie; durante gli anni trascorsi alla guida della tenuta comprese anche quanto fosse importante controllare direttamente la provenienza delle uve.
Photo of Jon Wyand
Il Domaine Leroy dipendeva in parte dalle produzioni acquistate presso altri coltivatori e Lalou incontrava sempre maggiori difficoltà nel trovare vendemmie che rispondessero ai propri criteri. Decise allora di diventare proprietaria delle vigne dalle quali sarebbero nati i suoi vini, così da poter intervenire sulla coltivazione e seguire ogni passaggio fino alla cantina. Nel 1988 acquistò la proprietà di Charles Noëllat a Vosne-Romanée e fondò il Domaine Leroy, al quale si aggiunsero l’anno successivo i vigneti di Philippe-Rémy a Gevrey-Chambertin. Il nuovo domaine riuniva parcelle situate in alcuni dei climat più importanti della Côte d’Or, tra i quali Musigny, Richebourg, Chambertin e Romanée-Saint-Vivant. L’acquisizione di questi vigneti segnò il passaggio decisivo dalla selezione di vini prodotti da altri al controllo dell’intero processo, perché Lalou poteva finalmente applicare i propri principi dalla coltivazione della vite fino all’affinamento; la conversione alla biodinamica iniziò fin dalla nascita del domaine, quando questo approccio suscitava ancora diffidenza tra molti produttori affermati.
Lalou considerava il vigneto un ambiente vivente nel quale la vite dipendeva dall’equilibrio del terreno e dal rapporto con tutto ciò che la circondava. La qualità si costruiva attraverso la cura delle piante e l’osservazione dei loro ritmi, mentre gli interventi in cantina avevano il compito di rispettare il lavoro compiuto durante l’anno. Nel 1992 lasciò la conduzione quotidiana della Romanée-Conti, pur mantenendo la propria partecipazione nella tenuta, e concentrò le energie sulle aziende che poteva dirigere secondo i propri principi. La separazione chiuse una fase fondamentale della sua carriera e aprì il periodo nel quale il nome di Lalou Bize-Leroy avrebbe acquistato un’identità autonoma rispetto al domaine che aveva contribuito a guidare. La fermezza delle sue convinzioni venne messa alla prova nel 1993, quando le condizioni climatiche favorirono lo sviluppo di malattie della vite e ridussero drasticamente la vendemmia. Lalou scelse di non ricorrere ai trattamenti chimici e accettò una produzione minima, perché riteneva che la salute futura delle vigne avesse un valore superiore alla quantità ottenuta in una singola annata; fu una decisione che consolidò la reputazione del Domaine Leroy e mostrò quanto Lalou fosse disposta a sacrificare il risultato immediato per difendere la continuità del proprio metodo.
Photo of Jon Wyand
La stessa esigenza di seguire la terra senza mediazioni trovò una forma ancora più raccolta nel Domaine d’Auvenay, legato alla proprietà di Saint-Romain nella quale Lalou viveva con il marito Marcel Bize. I suoi poco più di quattro ettari comprendono parcelle nella Côte de Beaune e nella Côte de Nuits, tra le quali figurano Chevalier-Montrachet, Criots-Bâtard-Montrachet, Bonnes-Mares e Mazis-Chambertin. Le quantità prodotte sono minime e alcune etichette nascono da appezzamenti tanto piccoli da riempire soltanto pochi fusti. Il Domaine d’Auvenay divenne così il luogo nel quale Lalou poteva seguire ogni parcella con un’attenzione ancora più ravvicinata. Il domaine rimase lontano dalle consuete strategie promozionali e la rarità delle bottiglie ne accrebbe progressivamente la fama presso i collezionisti e i grandi ristoranti internazionali.
Domaine Leroy e Domaine d’Auvenay esprimono la stessa idea di viticoltura attraverso due dimensioni differenti, poiché il primo possiede la struttura di una grande tenuta borgognona e il secondo conserva il carattere riservato di un progetto fondato su microproduzioni. La coerenza mantenuta tra queste due realtà ha ricevuto una nuova conferma il 7 luglio 2026, quando la Guida Michelin ha presentato in Borgogna la sua prima selezione dedicata alle aziende vinicole, riconoscendo novantaquattro tenute e riservando, riservando i Tre Grappoli Michelin, la distinzione più alta, a nove produttori. Madame Leroy è stata l’unica figura presente al vertice con due aziende, poiché il Domaine Leroy e il Domaine d’Auvenay hanno ottenuto entrambi il massimo riconoscimento.
Il titolo di “Regina della Borgogna” racchiude quindi una storia che parte da un nome familiare e arriva alla costruzione di un’eredità autonoma. Lalou Bize-Leroy ha partecipato allo sviluppo della Romanée-Conti, ha elevato la selezione praticata dalla storica Maison Leroy e ha fondato due domaines che hanno contribuito a cambiare il rapporto della Borgogna con la vite e con il suolo. Senza il suo lavoro, il vino francese avrebbe probabilmente impiegato più tempo a riconoscere il valore di un’agricoltura fondata sull’equilibrio del vigneto e sulla responsabilità di chi lo custodisce.