Roma come passerella, quando la moda riscrive i luoghi della Città Eterna
STYLE
20 Gennaio 2026
Articolo di
Silvia Pisanu
Roma come passerella, quando la moda riscrive i luoghi della Città Eterna
La notizia di fine dicembre sul ritorno di Valentino a Roma per la presentazione della collezione ready-to-wear va oltre il semplice aggiornamento di calendario; appare come un segnale preciso, quasi politico. La moda torna a dialogare apertamente con la città che, più di ogni altra, incarna l’idea di eternità, potere e stratificazione culturale. In un sistema sempre più orientato verso spazi neutri e location temporanee, Roma riafferma il proprio ruolo di dispositivo narrativo e simbolico.
Un messaggio che oggi si fa ancora più concreto. Valentino presenterà infatti la collezione autunno-inverno 2026–2027 il 12 marzo 2026 a Roma, segnando un ritorno simbolico alle origini per la maison fondata nella Capitale da Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La sfilata si terrà fuori dal calendario ufficiale di Parigi, una scelta fortemente voluta dal direttore creativo Alessandro Michele per riallacciare il legame con la storia del marchio.
La location, ancora da annunciare, diventa già parte integrante della narrazione, perché a Roma ogni luogo risulta un elemento fondante del racconto stesso. Da qui nasce un percorso che attraversa i posti storici della Capitale trasformatisi, nel tempo, in vere e proprie passerelle a cielo aperto, capaci di ridefinire il rapporto tra spazio urbano e memoria collettiva. Perché a Roma ogni luogo porta con sé un carico semantico preciso, una storia che la moda non può ignorare ma solo interpretare. È in questa tensione che prendono forma alcuni dei momenti più memorabili della moda contemporanea.
Emblematico resta il caso della sfilata di Fendi alla Fontana di Trevi nel 2016. Le modelle che sembravano camminare sull’acqua davano vita a un gesto altamente simbolico. La fontana, luogo di desiderio popolare e ritualità collettiva, si trasformava in uno spazio mitologico, metafora di continuità e rinascita. Fendi, maison profondamente radicata a Roma, invece di invadere il monumento lo sublimava, integrandolo nel proprio racconto identitario.
LVMH/Fendi
Di tutt’altra natura l’operazione di Dolce&Gabbana al Foro Romano, dove la sera del 14 luglio 2025 la couture si è confrontata apertamente con l’immaginario imperiale. In questo contesto la moda assume una dimensione quasi archeologica: abiti come reliquie contemporanee, carichi di oro, simbologie sacre e riferimenti classici, pensati per dialogare con le rovine e con l’idea di grandezza senza tempo. Il Foro diventa una scenografia sospesa tra storia e fantasia, perfettamente coerente con l’estetica teatrale del brand.
La Scalinata di Piazza di Spagna è invece il palcoscenico naturale di Valentino, maison che più di ogni altra ha costruito la propria identità su un’idea di eleganza romana fatta di rigore e romanticismo, ma anche di sacralità. Sfilare qui, come accaduto con la Haute Couture Autunno/Inverno 2022-23 intitolata The Beginning l’8 luglio 2022, con una passerella che si è sviluppata da via Gregoriana alla scalinata di Trinità dei Monti, significa riappropriarsi di un luogo simbolo della moda stessa, oltre che riaffermare un legame storico e sentimentale con la città.
La scala diventa metafora di ascesa e transizione: dal quotidiano al rituale, dalla città vissuta a quella idealizzata. In questo senso, il ritorno di Valentino a Roma nel 2026 appare come la naturale prosecuzione di una storia mai realmente interrotta, restituendogli un’aura quasi liturgica.
Valentino
Più raccolta e silenziosa la scelta datata 27 maggio 2025 di Dior a Villa Torlonia, che propone una Roma meno monumentale e più borghese. Un contesto immerso nel verde, segnato da stratificazioni e contraddizioni storiche, che riflette una femminilità colta e misurata, quasi introspettiva. Qui Roma si fa memoria. Maria Grazia Chiuri utilizza la città come spazio di riflessione sul tempo, sull’identità e sul corpo femminile, trasformando la couture in un esercizio di equilibrio tra storia, natura e savoir-faire.
Il Colosseo, scelto ancora da Fendi nell’estate del 2019 come sfondo simbolico per eventi e presentazioni, rappresenta l’idea di spettacolo per antonomasia. Arena, pubblico e performance. Un luogo che richiama la messa in scena del potere e della visibilità assoluta. In questo caso la moda accetta la sfida di uno spazio che non permette discrezione, confrontandosi direttamente con l’eredità di un passato ingombrante e universale.
Accanto alle sfilate, Roma è anche il territorio privilegiato di un lusso più silenzioso ma altrettanto potente, come dimostrano le operazioni di Bvlgari. Le Terme di Diocleziano sono state scelte dala maison per un evento di alta gioielleria nel 2024. In questo contesto, il gioiello diventa estensione del corpo e del racconto urbano, mentre l’architettura antica amplifica l’idea di un lusso senza tempo. Per la maison Roma è inoltre parte integrante del proprio DNA narrativo.
Il racconto si amplia includendo luoghi meno inflazionati ma altrettanto significativi. Il Palazzo della Civiltà Italiana, sede di Fendi, incarna un’estetica razionalista ambigua, simbolo di un’eredità storica complessa riconvertita in spazio creativo contemporaneo. Cinecittà, utilizzata da diverse maison, rafforza il legame tra moda e cinema, riaffermando Roma come fabbrica dell’immaginario globale. Le Terme di Caracalla, con la loro architettura pensata per il culto del corpo, diventano il contesto ideale per riflettere sul rapporto tra fisicità e spazio collettivo.
Ma perché Roma continua a esercitare questa attrazione magnetica, soprattutto sui brand internazionali? Roma è un organismo stratificato e complesso, a tratti ingombrante. Proprio per questo, quando la moda decide di abitarla, il risultato è quasi sempre un atto dichiaratamente narrativo e politico. Sfilare a Roma è un posizionamento che va oltre la semplice scelta estetica.
Per i brand stranieri, Roma assume il ruolo di capitale simbolica della classicità e dell’eternità. Chanel ha più volte attinto all’immaginario romano per campagne e collezioni Métiers d’Art, utilizzando la città come archetipo culturale più che come location fisica. Louis Vuitton ha evocato Roma come tappa fondamentale del Grand Tour, rileggendola come luogo di passaggio e formazione culturale. Saint Laurent, invece, ha costruito un immaginario ispirato a una Roma notturna, decadente e cinematografica, perfettamente allineata alla propria estetica.
Il peso simbolico di Roma risiede nella sua capacità unica di condensare tempo, potere e memoria. A differenza di altre capitali della moda, Roma non rappresenta il presente, ma l’eternità. Sfilare qui significa sottrarsi al tempo rapido del trend per iscriversi in una dimensione più ampia, quasi mitologica. La moda, che vive di cicli veloci e obsolescenza programmata, trova nella Città Eterna una tensione fertile tra effimero ed eterno.
Roma è impero, sacralità, stratificazione e mito. È origine e rovina, spettacolo e silenzio. Quando un brand sceglie Roma, non sceglie una città, ma un sistema di simboli. Ed è proprio questa complessità a renderla irresistibile: Roma non garantisce consenso immediato, ma autorevolezza. Non offre neutralità, ma significato.
Il primo livello del peso simbolico è l’idea di impero. Roma è l’archetipo del potere centrale, dell’espansione, dell’ordine imposto attraverso la spettacolarità. Quando la moda occupa luoghi come il Colosseo, il Foro Romano o Piazza di Spagna, dialoga direttamente con questa eredità. La sfilata diventa una forma contemporanea di parata imperiale: corpi che avanzano, pubblico che osserva, narrazione che si impone. È qui che la moda afferma il proprio statuto di industria culturale dominante.
Il secondo livello è la sacralità. Roma è città religiosa prima ancora che capitale politica. Chiese, piazze, rituali e processioni hanno costruito un immaginario visivo che la moda riattiva costantemente. Le sfilate couture, in particolare, assumono spesso una dimensione liturgica: lentezza, silenzio, solennità. Non è un caso che molte maison scelgano luoghi legati all’acqua, alla verticalità o alla monumentalità per evocare un senso di trascendenza.
Il terzo livello è la stratificazione del tempo. A Roma il passato convive con il presente e lo condiziona. Per la moda, che vive di cicli rapidi e obsolescenza programmata, questa stratificazione rappresenta una tensione fertile. Sfilare a Roma significa mettere in scena il conflitto tra effimero ed eterno, tra collezione stagionale e patrimonio millenario. È un rischio calcolato, ma anche una dichiarazione di ambizione.
Infine, c’è la dimensione del mito. Cinema, arte, letteratura e turismo hanno costruito un’immagine che la moda utilizza come linguaggio condiviso globale. Anche chi non è mai stato a Roma la riconosce immediatamente. Per questo i brand stranieri la scelgono. Roma è comprensibile ovunque, parla una lingua universale fatta di rovine, luce e teatralità.
Sfilare a Roma non è una scelta estetica. È una presa di posizione. E la moda, quando torna a dialogare con la Città Eterna, non si limita a occupare i suoi spazi: li riscrive.
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