Storia e segreti dei Toret, le fontane simbolo di Torino
LIFESTYLE
30 Ottobre 2026
Articolo di
Chiara Beretta
Storia e segreti dei Toret, le fontane simbolo di Torino
Se siete a Torino e qualcuno vi dà appuntamento davanti a un toret (si pronuncia turèt), vi sta letteralmente parlando di un piccolo toro. Di animali in giro, però, non ne vedrete. La parola indica invece le fontanelle pubbliche verdi che si trovano in ogni angolo della città. Sono arredi urbani così radicati nel paesaggio torinese che, in fatto di celebrità, se la giocano probabilmente con la Mole Antonelliana, il gianduiotto e la Fiat.
Il nome non è casuale: il toro, a ben guardare, c’è eccome. Ogni fontanella è una colonnina di ghisa dipinta di verde bottiglia, chiusa in alto da una piccola volta arrotondata. Dal fusto sporge una testa di toro con tanto di corna, e dalla sua bocca l’acqua scorre senza sosta verso la grata ai piedi. La scelta dell’animale suona come una dichiarazione d’appartenenza. In effetti sullo stemma cittadino campeggia un toro d’oro rampante, e la somiglianza tra Torino e toro ha alimentato per secoli simboli e tradizioni.
La storia dei toret comincia con l’acqua corrente. Il 6 marzo 1859 Torino inaugurò il suo primo acquedotto e mezza città si radunò in piazza Carlo Felice per ammirare un getto d’acqua alto più di 25 metri, simbolo di una capitale che voleva sentirsi moderna ed europea. Nell’aprile 1861 la Giunta Municipale scelse 81 località in cui creare dei punti acqua e circa un anno più tardi deliberò l’installazione di 21 fontanelle di acqua potabile, approvando i disegni preparati dal Civico Uffizio d’Arte.
Courtesy of I Love Toret
Le fontanelle immaginate in quei primi progetti sono identiche a quelle che incontriamo ancora oggi. A luglio il loro numero salì a 45, e la fusione della ghisa per realizzarle venne affidata al fonditore Martino Pollo, che si impegnò a consegnarne quattro alla settimana entro la fine di settembre. Il 17 luglio 1862 il sindaco, gli assessori e il fonditore firmarono il contratto, che potremmo considerare il vero e proprio atto di nascita dei toret. Tre anni più tardi la capitale del Regno d’Italia si sarebbe trasferita da Torino a Firenze, ma i piccoli tori verdi erano ormai al loro posto nel capoluogo piemontese. E non hanno mai smesso di aumentare.
Courtesy of I Love Toret
Oggi i torèt sono più di 800, dal centro storico alle periferie, e continuano a offrire gratuitamente la stessa acqua potabile che arriva dall’acquedotto cittadino. Il legame con la città è così forte che ogni proposta di cambiamento ha trovato resistenze: persino l’idea di affidarli ad artisti che li decorassero e li dipingessero non ha mai raccolto consensi. Nel 2012 è nata anche “I Love Toret”, un’associazione di promozione sociale che ha riportato l’attenzione che si era persa verso i toret, occupandosi di tutelarli e di farli conoscere. Ha creato una mappa interattiva e permette di adottare un toret, gratuitamente e moralmente, così da non trovarsi mai in futuro senza queste fontanelle.
In più di un secolo e mezzo di storia, intorno a questa chicca dell’arredo urbano torinese si sono accumulati segreti e storie, più o meno vere. Tra le curiosità più raccontate c’è uno scherzo che i torinesi a quanto pare riservano (o riservavano) ai forestieri. Si propone loro di andare a «bere qualcosa al Toro Verde», a volte ribattezzato all’inglese Green Bull, come se fosse un locale rinomato. L’ospite si lascia guidare fiducioso e solo all’arrivo scopre la verità – ma c’è da chiedersi se qualcuno ci sia mai cascato veramente.
Andrea De Bonis / Soldoutservice
Forse il segreto dei torèt sta proprio nella loro presenza ostinata. Hanno visto cadere re e governi e sono rimasti lì, con le corna lucide e l’acqua che non smette mai di scorrere. Per i torinesi sono un pezzo di identità condivisa, un patto silenzioso tra la città e chi la attraversa. Così, la prossima volta che qualcuno vi parlerà di toret, saprete che a qualche angolo di strada c’è un piccolo toro che vi aspetta con un sorso d’acqua fresca.