La leggendaria Vigna Rionda, la vigna più mitica del Barolo
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4 Novembre 2026
Articolo di
Valentina Alfarano
La leggendaria Vigna Rionda, la vigna più mitica del Barolo
Sul versante occidentale della dorsale di Serralunga d’Alba, una collina dal profilo arrotondato custodisce uno dei nomi più rispettati delle Langhe e racconta, attraverso poco più di dieci ettari, una parte fondamentale della storia del Barolo; la cartografia ufficiale la indica come Vignarionda, mentre aziende e appassionati continuano a utilizzare anche la forma separata Vigna Rionda, più vicina alle antiche varianti del toponimo — Vigna Riunda, Arionda o Rotonda — che richiamavano la curva disegnata dal rilievo.
L’estensione contenuta acquista un peso sorprendente quando viene confrontata con l’influenza esercitata da questa collina sulla cultura vinicola piemontese, poiché la sua reputazione attraversa testimonianze ottocentesche, vicende familiari, passaggi di proprietà e bottiglie che hanno contribuito alla fortuna internazionale del Barolo.La definizione di “santuario” nasce da questa continuità e dal rispetto riservato a un luogo che aveva già conquistato una posizione riconoscibile molto prima che il nome delle singole vigne assumesse il valore commerciale odierno.
Per comprendere la particolarità di Vignarionda occorre partire dalla sua classificazione come menzione geografica aggiuntiva, indicata generalmente con l’acronimo MGA. La sigla identifica una porzione delimitata del territorio del Barolo, riconosciuta dal disciplinare e associata a un nome geografico che può comparire in etichetta soltanto quando le uve provengono dall’area corrispondente; la MGA permette quindi di sapere da quale specifica collina o zona della denominazione nasce un vino, rendendo visibile un’origine che per secoli era rimasta affidata soprattutto alla conoscenza dei viticoltori, dei mediatori e delle famiglie locali. Il paragone con i cru della Borgogna aiuta a comprendere il ruolo assunto dal vigneto, anche se il sistema piemontese segue regole proprie e non attribuisce alle menzioni una graduatoria qualitativa ufficiale.
Le MGA stabiliscono i confini geografici e tutelano i nomi dei luoghi, mentre il prestigio di ciascuna area deriva dalla reputazione costruita nel tempo e dal valore riconosciuto alle sue uve, oltre che dalla continuità delle interpretazioni che ne hanno tramandato l’identità. I colori presenti nelle mappe del Consorzio distinguono graficamente le diverse menzioni, senza assegnare livelli di prestigio alle singole vigne.
La posizione occupata dalla Vigna Rionda nella geografia del Barolo nasce dunque dalla storia e dalle caratteristiche della collina, che si sviluppa nella parte centrale del versante occidentale di Serralunga d’Alba, a un’altitudine compresa indicativamente fra 250 e 360 metri. I vigneti guardano in prevalenza verso sud e sud-ovest, mentre il profilo curvo del rilievo porta alcune parcelle a orientarsi maggiormente verso occidente, creando differenze interne che spiegano perché una stessa menzione possa offrire letture diverse a seconda dell’appezzamento e del produttore. L’esposizione favorisce una lunga presenza del sole, mentre le colline circostanti proteggono il versante e contribuiscono a creare condizioni adatte alla maturazione del Nebbiolo. Sotto i filari prevale la Formazione di Lequio, nella quale le marne si alternano agli strati arenacei e il calcare raggiunge una presenza significativa rispetto a molte altre aree della denominazione; la vocazione della collina nasce dall’incontro fra questi elementi e il lavoro umano, che nel corso delle generazioni ha selezionato le piante e custodito le vecchie vigne, adattando le proprie scelte alle caratteristiche di ciascuna parcella.
La storia del luogo precede di molti secoli l’affermazione contemporanea del Barolo, poiché i documenti raccolti dall’azienda Massolino collegano Serralunga e Vigna Rionda al Marchesato di Saluzzo prima del 1340, anno nel quale il territorio passò alla famiglia Falletti. La proprietà rimase legata per secoli a una delle casate più importanti delle Langhe e, dopo la morte di Juliette Colbert, ultima esponente dei Falletti di Barolo, arrivò all’Opera Pia Barolo, mentre nel corso del Novecento le terre furono suddivise e acquisite da diverse famiglie della zona. Una testimonianza del 1879 permette di comprendere quanto la fama di Vigna Rionda fosse già radicata prima della nascita del suo mito moderno.
Nell’Inchiesta agraria sulla fabbricazione del vino nelle Langhe, lo studioso monfortese Giovanni Gagna citò la vigna fra le poche posizioni associate a produzioni considerate di particolare valore, in un’epoca nella quale la cultura dei cru e delle bottiglie legate a un singolo vigneto era ancora lontana dalla diffusione attuale. Il riconoscimento risultava ancora più significativo perché il Barolo veniva prodotto abitualmente attraverso l’unione di uve provenienti da appezzamenti differenti, mentre il nome della vigna raramente raggiungeva il consumatore. Vigna Rionda possedeva già un’identità conosciuta da chi operava nelle Langhe, come dimostravano il prezzo delle sue uve e l’interesse dei commercianti, che attribuivano a quella posizione un valore superiore rispetto a molte altre vigne di Serralunga.
Nel 1934 la storia della collina si legò alla famiglia Canale, quando Tommaso Canale e sua moglie Esterina acquistarono alcuni vigneti di Serralunga d’Alba, fra i quali figurava Vigna Rionda. Tommaso partecipò nello stesso anno alla fondazione del Consorzio del Barolo e condivise il lavoro nei campi con i figli Aldo e Amelio, ai quali affidò una proprietà destinata a diventare centrale nella vicenda familiare. La sua morte, avvenuta nel 1945, lasciò ai due fratelli il compito di condurre la vigna durante una fase difficile per le Langhe e per le famiglie che cercavano di ricostruire il proprio futuro dopo la guerra. Nel 1946 Aldo e Amelio ripiantarono una parte della parcella e alcune di quelle viti sono ancora presenti nel vigneto oggi appartenente all’azienda Giovanni Rosso, dove costituiscono una testimonianza materiale del lavoro compiuto dalla famiglia Canale quasi ottant’anni fa. La morte prematura di Amelio nel 1963 e la crescente difficoltà nel reperire lavoratori nelle campagne spinsero sua moglie Cristina e la figlia Ester a cedere la propria parte ad Aldo, fratello di Amelio. La proprietà rimase così all’interno della famiglia Canale, anche se Ester dovette separarsi dalla vigna che aveva conosciuto attraverso il lavoro del padre e dello zio.
La svolta che trasformò questa reputazione locale in una leggenda internazionale arrivò alla fine degli anni Sessanta attraverso Bruno Giacosa, uno dei produttori che meglio conoscevano la geografia delle Langhe e la qualità delle uve provenienti dai singoli appezzamenti. La sua attività seguiva in parte il modello del négociant, figura che seleziona e acquista le uve da viticoltori di fiducia per produrre vini capaci di esprimere l’identità dei luoghi scelti, anche quando i vigneti non appartengono direttamente alla cantina. Fra il 1967 e il 1993 Giacosa acquistò dalla famiglia Canale le uve provenienti da una delle parcelle più celebrate di Vigna Rionda e realizzò il Barolo che, a seconda delle annate, apparve con i nomi Vigna Rionda o Collina Rionda. Le quattordici vendemmie prodotte in quell’arco di tempo furono sufficienti a portare il nome della collina sulle tavole dei collezionisti internazionali, soprattutto attraverso le bottiglie degli anni Settanta e Ottanta, che resero la menzione uno dei riferimenti più autorevoli del vino italiano.
Il valore storico di quelle etichette dipende anche dal rapporto fra Giacosa e la famiglia Canale, poiché il produttore non possedeva la parcella e affidava la propria selezione alla conoscenza maturata nei vigneti altrui. La vicenda appartiene a una stagione delle Langhe nella quale chi coltivava le uve poteva venderle a una cantina diversa, mentre il prestigio delle posizioni migliori si trasmetteva attraverso accordi familiari e una memoria del territorio che precedeva le classificazioni ufficiali.
L’ultima annata del Collina Rionda di Giacosa fu la 1993 e la conclusione di quella collaborazione trasformò le bottiglie esistenti nelle testimonianze di un capitolo ormai concluso, mentre la storia della parcella Canale proseguì all’interno della famiglia. Nel 1998 la proprietà passò infatti a Tommasino Canale, figlio di Aldo e cugino di Ester, che tornò a vinificare direttamente le proprie uve quando Vigna Rionda era ormai diventata un nome riconosciuto oltre i confini delle Langhe. Il rapporto fra Tommasino, Ester e suo figlio Davide Rosso contribuì a mantenere unito il filo familiare, anche se l’improvvisa scomparsa di Tommasino nel dicembre del 2010 interruppe il percorso produttivo appena avviato.
Le annate 2007, 2008 e 2009 erano già state vinificate e una piccola parte di quel vino fu successivamente selezionata da Ester e Davide, che decisero di imbottigliarla in una tiratura limitata e di conservarne la memoria attraverso un’etichetta ispirata alla storia della proprietà Canale. La successione modificò ancora una volta l’assetto della vigna e il 22 aprile 2011 la parcella originariamente appartenuta ad Amelio, estesa per circa 0,85 ettari, entrò nell’azienda Giovanni Rosso, fondata dal marito di Ester e oggi guidata dal figlio Davide. Dopo circa quarant’anni, Ester Canale tornò così a essere proprietaria della porzione di Vigna Rionda legata alla storia di suo padre, mentre altre parti dell’eredità di Tommasino furono assegnate a Guido Porro ed Ettore Germano.
La parcella si sviluppa lungo il versante rivolto a sud e conserva ancora una parte significativa delle viti piantate nel 1946 da Aldo e Amelio Canale, una particolarità che distingue la proprietà Giovanni Rosso all’interno di una MGA oggi suddivisa fra circa dieci produttori. Quando prese in carico il vigneto, Davide Rosso dovette tuttavia sostituire molte piante ormai giunte alla fine del proprio ciclo produttivo e nel 2011 avviò un reimpianto ricavato attraverso la selezione massale delle viti storiche, affinché le nuove piante mantenessero un legame genetico con quelle coltivate dalla famiglia nel dopoguerra.
Il 2011 segnò anche la prima vendemmia seguita interamente dall’azienda Giovanni Rosso, che avviò un nuovo capitolo produttivo senza recidere il rapporto con il lavoro di Tommasino e con le generazioni precedenti. La produzione rimase volutamente limitata, mentre una parte delle bottiglie fu proposta attraverso il sistema dei futures, scelto per sostenere il lungo lavoro di rinnovo e conservazione della parcella. Il 2011 segnò anche la prima vendemmia seguita interamente dall’azienda Giovanni Rosso, che avviò un nuovo capitolo produttivo senza recidere il rapporto con il lavoro di Tommasino e con le generazioni precedenti. La produzione rimase volutamente limitata, mentre una parte delle bottiglie fu proposta attraverso il sistema dei futures, scelto per sostenere il lungo lavoro di rinnovo e conservazione della parcella.
Il Barolo porta il nome di Vignarionda Ester Canale Rosso perché rende omaggio alla madre di Davide e alla sua discendenza familiare, attraverso la quale la parcella è entrata nell’azienda Giovanni Rosso. La dedica acquista un significato speciale alla luce della storia della proprietà, poiché riporta il nome di Ester sulla vigna che suo padre Amelio aveva lavorato e che lei aveva dovuto cedere dopo la sua morte, prima di recuperarla attraverso l’azienda fondata dal marito. L’etichetta conserva inoltre la memoria della famiglia Canale, dalla quale provenivano le uve scelte da Bruno Giacosa per le bottiglie che contribuirono alla fama moderna di Vigna Rionda.
Intervista a Ester Canale di Giovanni Rosso
Qual è il ricordo più emozionante che conserva di Vigna Rionda e quale scena, fra quelle vissute in famiglia o durante il lavoro in vigna, le torna ancora oggi alla mente?
Il ricordo che mi emoziona di più è quello della merenda sinoira che facevamo in Vigna Rionda con i miei genitori. Era un’abitudine locale, un momento semplice che per me aveva un significato speciale. Verso le 18.30 ci fermavamo per mangiare. Non avevamo un orologio con noi, a darci l’ora era il passaggio della corriera sulla strada provinciale. Era il nostro segnale. Ci sedevamo per terra, in mezzo alla vigna, e tiravamo fuori quello che avevamo: il pinzimonio con i pomodori e i peperoni, le uova sode o una frittata, qualche scatoletta di tonno o di sardine, salumi e formaggi. Poi la frutta di stagione che c’era in Vigna Rionda, pesche, fichi o pere. Ero felice perché eravamo insieme e perché mi piaceva moltissimo mangiare in campagna, seduta per terra. E, anche se ero piccola, mi piaceva sentirmi parte di quel momento, apparecchiavo e poi sparecchiavo, dando anch’io il mio piccolo contributo. Dopo la merenda i miei genitori tornavano a lavorare finché c’era luce. Poi rientravamo a casa e, una volta arrivati, andavamo ad accudire le bestie. È un ricordo molto semplice, ma forse proprio per questo è rimasto così vivo: Vigna Rionda, per me, prima ancora di essere un luogo di lavoro, è stata un luogo vissuto insieme alla mia famiglia.
Quando ha compreso per la prima volta che quel lembo di terra era considerato diverso dalle altre vigne? Ci fu una frase, una vendemmia o un episodio concreto che le fece percepire il valore speciale attribuito a questa collina?
Me lo aveva detto mio padre quando avevo circa dodici anni. Mi diceva che Vigna Rionda era un posto speciale, ma all’inizio pensavo che esagerasse un po’. Era molto orgoglioso della nostra terra e, da bambina, pensavo che quella fosse soprattutto una convinzione di famiglia. Poi, crescendo, ho iniziato a vedere che c’erano dei fatti che gli davano ragione. Mi ricordo, per esempio, che i produttori più importanti cercavano proprio le uve provenienti da quella parte di Vigna Rionda. Prima ancora che noi producessimo il nostro vino, quella parcella era stata scelta da nomi importanti del territorio: ad esempio Bruno Giacosa acquistava le uve della famiglia Canale per il suo Collina Rionda. Anche il prezzo che veniva riconosciuto alle nostre uve rispetto ad altre mi faceva capire che non si trattava semplicemente dell’orgoglio di mio padre: c’era un valore che il mondo del vino riconosceva già allora. Mio padre mi ripeteva: “Ricordati, Serralunga è il paese più bello per produrre il Barolo e Vigna Rionda è la vigna più bella di Serralunga.” Da bambina mi sembrava una convinzione molto forte. Oggi capisco che dietro quelle parole c’era una conoscenza profonda del territorio. E poi, negli anni, sono arrivati anche i riconoscimenti al nostro vino. Il 2016 ha ottenuto 100 punti da Wine Enthusiast, entrando al vertice della classifica annuale della rivista, e il 2019 ha ricevuto 100 punti dalla guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, che lo ha nominato Rosso dell’Anno. Per me, però, questi riconoscimenti non hanno fatto altro che confermare qualcosa che mio padre aveva intuito e conosciuto molto prima: il valore di Vigna Rionda era già nella vigna. Noi abbiamo avuto il compito, e la responsabilità, di ascoltarla e di cercare di esprimerla nel vino.
Secondo lei, quali caratteristiche rendono unico questo luogo? Che cosa distingue un Barolo Vigna Rionda dagli altri?
Credo che l’unicità di Vigna Rionda nasca dall’insieme di diversi elementi: il terreno, l’esposizione a sud, l’altitudine, la sua particolare conformazione geologica e la complessità dei suoli. Sono caratteristiche che, insieme, creano condizioni molto particolari per la vite. C’è poi un elemento che per noi ha un valore ancora più speciale: le vigne piantate nel 1946, che il nostro appezzamento è ancora in grado di conservare. Sono viti che hanno attraversato decenni di storia e che, per la loro età e per il loro radicamento profondo, rappresentano una parte fondamentale dell’identità di questo vino. Credo che sia proprio questa combinazione a distinguere un Vigna Rionda dagli altri Barolo: un luogo con caratteristiche precise, ma soprattutto una vigna che porta dentro di sé una storia e un’identità che il tempo ha contribuito a definire.
Lei ha conosciuto Vigna Rionda prima come luogo familiare e solo in seguito come uno dei nomi più celebrati del Barolo. In quale momento si rese conto che la fama raggiunta dalle bottiglie aveva trasformato quella vigna in un simbolo conosciuto oltre le Langhe?
Un momento che ricordo con particolare emozione è stato nel 2017, quando ricevemmo un riconoscimento dedicato a tutti i produttori che hanno appezzamenti in Vigna Rionda, per il contributo dato alla cura e alla valorizzazione di questo paesaggio viticolo, oggi riconosciuto Patrimonio dell’Umanità. Mi emozionò molto perché, fino a quel momento, avevo sempre vissuto Vigna Rionda soprattutto come un luogo della mia famiglia, prima ancora che come un nome conosciuto nel mondo del vino. Ricevere quel riconoscimento mi fece capire che quella vigna non apparteneva più soltanto alla nostra storia familiare: era diventata parte di una storia più grande, di un patrimonio che andava oltre il singolo produttore. Quel giorno pensai immediatamente ai miei nonni e a tutte le persone della mia famiglia che avevano lavorato quella vigna prima di noi. È a loro che ho voluto dedicare quel riconoscimento.
Nella parcella oggi legata all’azienda Giovanni Rosso sopravvivono alcune viti piantate dalla famiglia Canale nel 1946. Quali caratteristiche del luogo e quale continuità nel lavoro hanno permesso di conservarle, e che cosa rappresentano per lei all’interno della storia della vigna?
Credo che la possibilità di conservare queste viti fino a oggi sia legata innanzitutto alla continuità e alla cura con cui Vigna Rionda è stata lavorata nel tempo. Qui il lavoro in vigna è sempre stato prevalentemente manuale, sia nella gestione dell’interfila sia nella gestione della vegetazione, e soprattutto è sempre stato accompagnato dalla conoscenza dei singoli filari. Vigna Rionda non è uniforme: ci sono parti più esposte e altre meno, e ogni zona ha caratteristiche proprie che influenzano lo sviluppo della vite. Imparare a riconoscerle e a intervenire di conseguenza è una conoscenza che nella nostra famiglia è stata tramandata di generazione in generazione, mantenendo nel tempo quelle pratiche che si sono dimostrate più adatte a questo luogo. Anche oggi continuiamo a confrontarci con i migliori specialisti in agricoltura, ma senza perdere questa conoscenza diretta della vigna. Ci sono, per esempio, momenti in cui anziché defogliare preferiamo piegare manualmente i tralci delle cime per creare ombra e proteggere i grappoli nelle parti più esposte. Sono piccoli interventi, ma fanno la differenza perché tengono conto delle caratteristiche specifiche di ogni parte della vigna. Per me quelle viti del 1946 rappresentano proprio questo: la continuità di un modo di lavorare e di prendersi cura della terra. Sono una testimonianza vivente della storia di Vigna Rionda e, allo stesso tempo, una responsabilità nei confronti di chi verrà dopo di noi.
Il Nebbiolo coltivato in Vigna Rionda nel passato era diverso da quello di oggi oppure è cambiato soprattutto il modo di interpretarlo?
Il Nebbiolo di questo appezzamento, nella sua identità, è rimasto sostanzialmente lo stesso di ottant’anni fa. Non abbiamo cercato di sostituirlo con materiale genetico diverso. Le nuove piante sono state ottenute attraverso la selezione massale delle viti più vecchie, mantenendo e riproducendo nel tempo il patrimonio genetico di quelle piante. È quindi una continuità che parte dalle vecchie viti del 1946 e arriva fino a quelle che oggi coltiviamo accanto a loro. Questo per me è molto importante, perché significa che la vigna può evolvere con il tempo senza perdere la propria identità. Quello che è cambiato, semmai, è la nostra capacità di comprenderla e di accompagnarla. Oggi abbiamo conoscenze agronomiche e strumenti che ci permettono di lavorare con maggiore precisione, ma l’obiettivo rimane lo stesso: preservare ciò che Vigna Rionda è, senza cercare di trasformarla in qualcosa di diverso.
Le altre aziende che intepretano Vigna Rionda
Tra le famiglie più legate alla menzione, Massolino occupa una posizione centrale e possiede oggi circa tre ettari, acquisiti attraverso eredità, scambi e successivi ampliamenti. Il rapporto iniziò nel 1956 e si rafforzò nel 1967, quando Giuseppe Massolino cedette un terreno di dimensioni maggiori pur di ottenere una piccola porzione di Vigna Rionda, dimostrando quanto la collina fosse considerata preziosa già prima della piena affermazione commerciale dei Barolo da singolo vigneto. La prima bottiglia di Vigna Rionda Riserva della famiglia uscì nel 1982, mentre nuove acquisizioni completarono la proprietà negli anni successivi e consolidarono un legame tanto forte da entrare nell’identità stessa dell’azienda. Anche Luigi Pira ha costruito il proprio rapporto con la menzione dopo il passaggio dell’azienda familiare dalla coltivazione e vendita delle uve alla produzione diretta del vino, mentre la sua prima annata di Vignarionda risale al 1997.
Le aziende Oddero custodiscono parcelle nate da una lunga storia familiare successivamente divisa in due realtà produttive, mentre Ettore Germano è entrato nella collina attraverso la successione di Tommaso Canale e ha avviato un nuovo capitolo dopo il reimpianto del 2011. La presenza di Massolino e Giovanni Rosso, insieme a Luigi Pira, Ettore Germano, alle aziende Oddero, Guido Porro e agli altri viticoltori della menzione, mostra come l’identità contemporanea di Vigna Rionda dipenda da una custodia condivisa. Ogni azienda possiede soltanto una parte della collina e la interpreta secondo la propria storia, mentre il nome geografico conserva un prestigio che precede le singole etichette e continua a unirle.
Bruno Giacosa ebbe il merito di trasformare Vigna Rionda in un riferimento internazionale, ma la grandezza della collina si è formata attraverso un tempo molto più lungo, nel quale la reputazione delle uve ha incontrato le scelte di famiglie disposte a investire e a tramandare le proprie parcelle. Il valore della menzione nasce da questa continuità, poiché ogni passaggio di proprietà ha aggiunto un nuovo capitolo senza cancellare quelli precedenti. Massolino conserva la memoria di un terreno ceduto in cambio di una parcella più piccola ma considerata irrinunciabile, mentre Giovanni Rosso ha riportato in etichetta il nome di Ester Canale e la storia del ramo familiare legato alla vigna di Giacosa. Gli altri produttori hanno affidato alle proprie bottiglie interpretazioni autonome dello stesso versante, contribuendo a mantenere vivo un patrimonio che appartiene all’intera cultura delle Langhe.
Vigna Rionda è considerata così mitica e leggendaria perché la sua fama supera i confini delle singole proprietà e riunisce secoli di storia dentro una collina di poco più di dieci ettari. Nella parcella Giovanni Rosso, le viti del 1946 e quelle nate dalla loro selezione massale rendono ancora visibile il passaggio fra le generazioni, mentre il nome di Ester Canale restituisce alla memoria familiare un posto centrale nel racconto contemporaneo della MGA. Il disciplinare ne ha delimitato ufficialmente l’area e tutelato il nome, ma furono i documenti, il lavoro delle famiglie e le vendemmie a definire il posto occupato da quel profilo arrotondato di Serralunga d’Alba nell’immaginario del Barolo.