Ferdinando Quarteroni: «Il coraggio aveva la forma della follia. Ferdy Wild l’ho costruito sasso dopo sasso»
FOOD & BEVERAGE
29 Maggio 2026
Articolo di
Nadia Afragola
Ferdinando Quarteroni: «Il coraggio aveva la forma della follia. Ferdy Wild l’ho costruito sasso dopo sasso»
Ferdy Wild non è soltanto un agriturismo. Nemmeno soltanto un ristorante, un’azienda agricola, una destinazione gastronomica, un fenomeno social, una famiglia, una comunità di lavoro, un pezzo di montagna recuperato all’abbandono. Ferdy Wild è tutte queste cose insieme, ma soprattutto è la forma concreta di una visione nata molto prima che parole come sostenibilità, foraging, filiera corta, cibo etico, recupero delle razze antiche e turismo esperienziale diventassero parte del lessico contemporaneo della ristorazione.
Siamo a Lenna, in Val Brembana, in quella Lombardia verticale che guarda alla montagna come fatica quotidiana, sapere agricolo, isolamento, resistenza. Qui, nel 1989, Ferdinando Quarteroni, per tutti Ferdy, insieme alla moglie Cinzia, ha dato avvio a un progetto che nel tempo è diventato molto più ampio della sua forma originaria. Stalle, pascoli, alpeggi, cavalli, Bruna Alpina Originale, Capra Orobica, formaggi, carni, erbe spontanee, ospitalità, cucina e racconto di territorio hanno costruito un mondo che oggi dialoga con la gastronomia contemporanea, parlando la lingua antica della montagna.
A portare avanti la direzione più imprenditoriale e contemporanea del progetto è oggi il figlio Nicolò Quarteroni. Figlio di quel mondo e, allo stesso tempo, interprete di un tempo diverso. Più vicino alla comunicazione, al ristorante, alla gestione, alla complessità di un’impresa che ha smesso da tempo di essere soltanto un luogo e si è trasformata in un organismo vivo. Ferdy, invece, resta legato alla terra, agli animali, alla stalla, al gesto manuale, ai sassi che conosce uno per uno, alla fatica come forma di appartenenza.
Quella che segue è una conversazione sul passaggio generazionale, ma senza retorica. Sul rapporto tra padre e figlio, ma senza pacificazione forzata. Sul lavoro familiare, ma anche sulla sua durezza. Sull’amore, che a volte resta nascosto dietro le decisioni, le distanze, le telefonate di lavoro, la stanchezza. E su una domanda che attraversa tutto il racconto: cosa resta, davvero, quando un uomo costruisce un mondo solo con le sue mani e poi deve imparare a consegnarlo a chi viene dopo?
Quando vi guardate al lavoro, cosa vedete l’uno dell’altro?
Non ci guardiamo mai, io e lui. Siamo due strade parallele. Io vado da una parte, lui è a fianco, ma non ci guardiamo. Sappiamo tutto, perché siamo nati insieme, io e lui. Lui sa tutto di me, io so tutto di lui. Quando ci guardiamo è perché c’è qualche problema da risolvere.
Anche a livello psicologico, tra me e Nicolò, ci sono dinamiche che abbiamo imparato a gestire con il tempo. Perché poi c’è anche il figlio che vuole sempre dimostrare al padre di essere più bravo.
È riuscito a dimostrarle di essere più bravo?
Non lo so. Lui è bravo. Se è più bravo di me, lo vedremo.
Qual è la lezione più importante che un padre può trasmettere, qui in montagna?
Nicolò è totalmente diverso da me, anche se ha le mie stesse radici. In fondo abbiamo vissuto sempre insieme. Lui è cresciuto lavorando con me, ha visto lo sviluppo di questa azienda fin da bambino. Forse l’ha anche patita questa cosa, perché quando costruisci da zero un’azienda nuova, diversa, non sempre capita dalle persone, i figli in qualche modo ne restano segnati.
Lui ha voglia di rivincita. Vuole dimostrare che quello che facevamo era importante già allora, anche se non veniva capito. Io non devo dirgli molto, perché lui ha imparato guardando me e guardando soprattutto sua madre.
I miei figli, Nicolò e Alice sono cresciuti vedendo noi genitori sempre dentro la fatica. Siamo partiti da zero, in zone abbandonate, quando non c’era ancora la mentalità che c’è oggi verso il cibo, la gastronomia, la qualità. Noi facevamo qualità anche allora, ma sembravamo diversi.
Nicolò ha fatto dieci anni di alpeggio. Quello che ha imparato lo ha imparato da solo, perché è uno studioso, un analitico, uno a cui piace primeggiare. Per lui non è soltanto un discorso economico. È una questione di orgoglio.
Qual è, invece, la rivoluzione silenziosa che un figlio può portare?
Lui è stato dentro i tempi e forse li ha anche anticipati, soprattutto sulla comunicazione. Io fino ai vent’anni non ero mai stato in un ristorante, perché non avevo i soldi. Lui invece ha avuto la possibilità di vedere realtà diverse, anche ristorative, più evolute. Per questo ha pensato che anche noi potessimo avere un ristorante gourmet. Avevamo le caratteristiche per farlo, grazie ai nostri prodotti. Lui ha sempre creduto nei valori della nostra azienda e della nostra famiglia e io gli ho sempre dato la possibilità di esprimersi, di fare delle scelte, di seguire quello che sentiva. A un certo punto ho deciso di mettermi un po’ da parte, perché due persone forti nello stesso pollaio non possono convivere facilmente. Non condivido tutte le scelte che hanno fatto, ma sono le loro. Le rispetto e le difendo.
Però i risultati gli stanno dando ragione?
Sotto quale aspetto?
Economico. Di coerenza. Di crescita.
Dentro una famiglia, dentro un’organizzazione, ci sono tantissime problematiche. I sacrifici, le fatiche, le difficoltà le conosciamo solo noi. Anche lo stress. Uno non dovrebbe essere stressato facendo il nostro lavoro, e invece tante volte ti trovi in difficoltà.
Oggi il mondo del lavoro è diventato tossico. E lavorare con la propria famiglia è una delle cose più difficili. A me, spesso, manca semplicemente mio figlio. È sempre al telefono, non riesci a parlarci quanto vorresti. Parla tanto di lavoro, che poi è la nostra vita, ma a volte mi accorgo che non abbiamo un momento di condivisione reale che vada oltre il lavoro. Il suo mondo non è sempre il mio.
Quando viene a trovarmi, a volte si addormenta. Perché è sfinito. E io so che in quel momento si sente al sicuro, sente di potersi rilassare, di poter mollare la presa.
Io sono sempre stato senza soldi. Sono abituato a soffrire. Però preferisco essere felice senza soldi che avere soldi e dover fare i conti con altre problematiche. Adesso Nicolò è diventato papà. Ho visto come segue suo figlio, quanto gli sta vicino. È l’unica cosa che riesce davvero a distrarlo un po’. Magari, così, finalmente mi capirà fino in fondo.
Ricorda un episodio che racconta meglio di mille parole il vostro rapporto professionale?
Vedo che è un professionista, un imprenditore preparato. Io ho fatto questo lavoro per vivere una vita migliore. Lui, invece, ha un’attitudine diversa, quella che ha preso da sua madre, intelligente e molto brava a sviluppare progetti. Ultimamente lo sto vedendo più sul pezzo. E mi piace anche di più da quando è padre. È più razionale.
La felicità condivisa da suo figlio per l’acquisizione di una nuova staff house sembra avere più a che fare con il lato umano che con quello imprenditoriale.
Può ancora migliorare. Per me i ragazzi sono tutti figli. Mi piacerebbe condividere le gioie della vita con chi ha meno. Per questo vorrei che i miei ragazzi guadagnassero di più, che stessero ancora meglio.
Quando vedo un ragazzo che arriva da lontano, rivedo i miei inizi. Ho fatto l’emigrante anch’io. Sono stato due anni in Arabia Saudita e so cosa significa vivere in un Paese diverso. Ti guardano in modo diverso. Noi eravamo rispettati e stimati perché eravamo italiani, ma non eri comunque a casa tua. Dovevi stare attento a come ti muovevi. Anche mio padre è stato emigrante. Ho dentro quella cosa lì: accogliere una persona che viene da fuori. Per me questa è una forma profonda di accoglienza. Quella vera.
Ogni tanto lo trovate il tempo per un abbraccio?
Mio figlio l’ho sempre abbracciato. Mi ricordo quando andavo a prenderlo a scuola. Lui era con le ragazzine, aveva sedici o diciassette anni, e quando mi vedeva mi baciava. Ha un senso della famiglia molto caldo, fisico, presente. Come certe famiglie del Sud che si vogliono bene in modo totale.
Dove vi incontrate e dove vi scontrate nel modo di pensare al futuro di Ferdy?
Ci incontriamo sulla nostra identità. Se fossimo in stalla insieme, condivideremmo di più, saremmo più vicini. Invece lui è uguale a me, ma fa un’altra vita. Fa un altro lavoro. Lui gestisce, coordina, ed è probabilmente giusto che oggi faccia meno il contadino rispetto a me. Io sono più legato alla terra. A me manca la terra. Mi mancano gli animali.
Il coraggio, qui, che forma ha?
Adesso non c’è più bisogno di coraggio. Il coraggio ho dovuto averlo io quando ho cominciato.
Che forma aveva?
Quella della follia. Io devo fare quello che mi piace. Funziono solo se riesco a fare quello che sento. Però per fare questo devi avere coraggio, perché rischi tutto. Rischi di perdere qualsiasi cosa. Per me avere coraggio significava non avere nulla da perdere. Quando cominci ad avere qualcosa, inizi anche ad avere meno coraggio.
Adesso, se sbagli, è perché vuoi troppo. Perché magari diventi arrogante. Ma non credo che noi corriamo questo rischio. Nicolò ha faticato per arrivare qui. Ha i piedi ben saldi per terra.
Quando capite che una decisione è giusta per Ferdy e non soltanto per voi due?
Le decisioni sono loro, anche se mi chiedono sempre un parere. Io lo do, quando mi viene chiesto. Ma le responsabilità sono loro. Il mio resta un consiglio.
Se dovesse spiegare Ferdy Wild a chi non è mai stato qui, cosa direbbe prima di tutto?
Direi che questo è uno dei posti più belli al mondo. Non perché è mio, ma perché qui c’è un mondo che viene da te. Vedi persone nuove che arrivano a casa tua ed è come ospitarle.
C’è tutto. Ci sono gli animali, la natura, l’isolamento, prodotti importanti, sani. C’è un’identità precisa, non ti senti solo, non ti senti abbandonato. I bambini hanno una prospettiva per il futuro, se un giorno volessero continuare. Cosa vuoi di più dalla vita? Sei dentro un mondo e sei fuori dal mondo.
Ha paura del futuro? È cambiato il modo di crescere un bambino, è cambiato il mondo del lavoro.
Ho visto tantissimi bambini nella mia vita. Ho fatto settimane verdi per trent’anni. Potresti essere stata anche tu una mia allieva, una di quelle bambine che stavano sulle montagne con me, a cavallo. Ho fatto attività didattiche, ho visto insegnanti, famiglie, ragazzi.
Quello di oggi è un mondo che fa paura. Non so se i ragazzi non abbiano fame, ma mi sembra che siano meno stimolati. Non si è più abituati alla fatica. Uno pensa di poter guadagnare facilmente, ma non funziona così.
Se avessi un figlio piccolo adesso sarei davvero in difficoltà. Questi strumenti, i telefonini, te li portano via. Puoi essere anche un genitore bravissimo, ma c’è una forza superiore a te come genitore. Se dai a un figlio una base forte, identitaria, di radice, allora magari si piega un po’ ma poi torna su. Come certe piante. Se invece non gli dai niente, i ragazzi crescono senza capire davvero da dove vengono. Il mondo va avanti così. Non lo fermi.
Come se ne esce?
Io sto investendo nel mio paesino, Ornica. Lo faccio per i miei nipoti, non perché voglia proteggerli da tutto. Lo faccio perché credo in quelle terre. Sto facendo delle follie su una terra abbandonata, come ho fatto quando sono venuto a Lenna, perché penso che il futuro sia là.
Un borgo abbandonato, qualche casa, un’economia chiusa. Quando hai qualcosa da mangiare sei felice, godi. Per stare bene, forse, devi toglierti un po’ di tutto questo benessere che oggi ti arriva addosso anche se vivi in cima al mondo, perché ormai ti spediscono qualsiasi cosa.
Io invece non ho niente e va benissimo così. Faccio quello che oggi chiamano foraging. Raccolgo, invento qualcosa con le erbe. Ho il mio burro, il mio formaggio, le patate, le mie rape antiche. Mangio quello che ho.
Tanti ragazzi che vengono a vivere “questa cosa” con me, spesso trentenni, mi dicono che stanno bene perché finalmente riescono a staccare, a trovare pace. Quello che faccio è divulgare il cibo sano, i formaggi, il latte crudo, le carni.
Chi l’avrebbe mai detto che avrebbe passato gran parte della sua vita a fare cultura?
A me piace non buttare via il tempo. Devo fare una cosa che sento, che mi piace, e allora la faccio volentieri. Però non chiedetemi di fare una foto con la capretta in mano. Mi sembra di essere un turista. Io le caprette le allevo, le mungo. Non le tengo in mano per fare una foto.
Ferdy, quando non è Ferdy, cosa fa?
Ferdy è sempre Ferdy. Lavoro sempre, mi vesto sempre da lavoro e ne sono orgoglioso. Ho costruito tutto io qui. Conosco tutti i dettagli. Eppure, mi sembra di non aver fatto nulla.
Non riesce a fermarsi qualche volta? Una sera, al tramonto?
No. Non ho bisogno di fermarmi a guardare. Quello che ho costruito l’ho faticato, l’ho sudato e l’ho goduto mentre lo facevo. Chiedimi di un sasso e ti dico dove l’ho trovato.
Sai perché ogni tanto sto lontano da qui? Perché poi, quando torno, dico: “Wow, che bello”. Se invece ci stai sempre dentro, ti abitui.
C’è un’ora del giorno in cui Ferdy Wild è più vero?
Stamattina alle cinque. Ero qui da solo, camminavo. Poi sono andato in stalla. Non senti rumore. Ci sei solo tu con gli animali.
Quante ore dorme?
Ultimamente poco. Sono in stalla alle cinque e mezza ma vado a letto presto. Sono stanco perché sto seguendo i cantieri, faccio il manovale, l’architetto, l’arredatore, l’ideatore. Risolvo i problemi quando mi chiamano i miei figli. Di solito, mi chiamano per quello. Però mi vogliono bene. Lo so.
Il suo nuovo progetto arriverà sui social?
I social non li conosco, ma sento l’odore. Non sono ancora sicuro, ma quando aprirò non vorrei comunicarlo sui social. Mi sembra tutto troppo banale, superato. Non mi interessa il turismo di massa. Non voglio finire nelle mani di tutti. Voglio costruire un posto di valore.
Alcuni miei vecchi amici, produttori di vino, mi dicono di non fare troppa pubblicità alla nostra terra, perché è già una delle più belle al mondo e prima o poi tutti arriveranno. O almeno arriveranno le persone capaci di ascoltare, di capire. Persone colte, adeguate a quella terra. Chi entrerà nel mio borgo, in qualche modo, dovrà meritarselo.
C’è una frase, dentro questa conversazione, che colpisce più delle altre. “A me spesso manca semplicemente mio figlio”. In un mondo che continua a raccontare le aziende familiari attraverso la retorica della continuità, Ferdinando Quarteroni riporta tutto a un punto più vero, meno accomodante, più umano. Il passaggio generazionale non è mai soltanto una questione di deleghe, quote, ruoli, nuove idee o vecchie visioni da superare. È una grammatica sentimentale complicata, fatta di orgoglio, distanza, rispetto, conflitto, protezione e nostalgia.
Ferdy Wild vive esattamente lì, in quella tensione. Tra un padre che ha costruito un mondo quando non c’era ancora un pubblico pronto a capirlo e un figlio che quel mondo lo sta portando dentro un tempo nuovo. Tra la stalla e il telefono. Tra la terra e la gestione. Tra la fame di chi ha cominciato senza nulla e la responsabilità di chi oggi deve amministrare un’eredità diventata grande.
Ferdinando Quarteroni non parla mai della montagna come di un paesaggio. La montagna, per lui, è vita. Ti chiede chi sei, cosa sai fare, quanta fatica sei disposto a reggere, quanto sei capace di restare fedele a una radice. Per questo Ferdy Wild, prima ancora che un luogo gastronomico, resta una dichiarazione di appartenenza. Un modo di stare al mondo. Un’idea di futuro che invece di correre verso il nuovo per dimenticare il passato, torna indietro, nei paesi abbandonati, nel latte crudo, negli animali, nei sassi, nelle erbe, per capire se da lì si può ancora ricominciare.
E forse è proprio questo il nocciolo della questione: mentre molti cercano il futuro aggiungendo, Ferdy continua a cercarlo togliendo. Rumore, superfluo, retorica, turismo di massa, benessere confezionato. Restano la terra, il lavoro, un figlio che va avanti, un padre che resta vicino anche quando sembra farsi da parte. E una montagna che, a chi sa ascoltarla, continua a dire la cosa più semplice e più difficile. Per costruire qualcosa che duri, bisogna prima sapere da dove si viene.
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