L’esordio di Miu Miu e la nascita di un’identità indipendente
STYLE
20 Febbraio 2026
Articolo di
Clara Giaquinto
L’esordio di Miu Miu e la nascita di un’identità indipendente
Negli ultimi anni pochissimi brand di moda hanno saputo imporsi con continuità mantenendo una rilevanza infrangibile; uno di questi è sicuramente Miu Miu. Collezione dopo collezione, il marchio del Gruppo Prada ha saputo costruire fin dagli inizi un immaginario riconoscibile, capace di evolversi con disinvoltura ogni stagione pur conservando una sua peculiare norma espressiva e formula estetica. Presente stabilmente ai vertici della classifica di Lyst, che ogni anno individua i brand più influenti, Miu Miu si delinea oggi come uno dei nomi più prolifici di tendenze rapide e persuasive.
Eppure, questa apparente esplosione degli ultimi anni non è frutto di una svolta recente, ma affonda le sue radici in un momento preciso, troppo spesso ancora raccontato in modo frammentario.
Il 1993 segna una data importante per Prada, che decide di consolidare la sua presenza nell’industria della moda con due nuove entità: la linea maschile e un nuovo marchio femminile, caratterizzato da un’identità più provocatoria e non convenzionale, che verrà chiamato sfiziosamente Miu Miu, come il soprannome da bambina della “Signora”. A queste iniziative si aggiunge nello stesso anno un’ulteriore realtà fortemente voluta da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli: la Fondazione Prada.
Fin dalla sua nascita, Miu Miu si pone come uno spazio autonomo di sperimentazione, che inizia a definire il proprio linguaggio configurandosi come un nuovo laboratorio espressivo nato dallo spirito indipendente e anticonformista di Miuccia Prada. Per comprendere questa spinta concettuale, occorre però tornare alla formazione della sua ideatrice. Miuccia Prada prima di diventare designer e di prendere in mano l’azienda di famiglia, è stata studentessa attiva di Scienze Politiche e mimo al Piccolo Teatro di Milano, dettagli tutt’altro che marginali. Quando decide di creare Miu Miu, la nuova linea diventa il suo spazio di ribellione, quasi una riflessione di sé stessa durante la giovinezza. Il richiamo al mondo infantile diventa non a caso uno dei suoi tratti ricorrenti, basti pensare ai sandali portati con le calze al ginocchio, riproposti ciclicamente stagione dopo stagione come cifra stilistica identitaria.
È proprio da questa dimensione personale che questa identità, quasi autobiografica, si traduce nella rappresentazione di una seduzione giovane e sempre colta, radicale e al tempo stesso sofisticata nella sua irriverente impulsività. Miuccia Prada ha saputo manomettere i codici vestimentari del mondo borghese e degli stereotipi dell’apparire, trasformando ciò che normalmente non piace in uno strumento di rieducazione dello sguardo, capace di sfidare le aspettative del buono e del cattivo gusto. È all’interno di questo quadro che Miu Miu rapidamente diventa più radicale e avant-garde ancora, come conferma la stessa Miuccia Prada quando dice “Prada, alla fine è quello che sono, e Miu Miu, quello che vorrei essere”. In altre parole, ciò che non era permesso fare con Prada, le è possibile farlo, o esserlo, con Miu Miu.
Si tratta quindi di due metà della stessa persona, il che spiega perché non si debba mai commettere l’errore di considerare Miu Miu una semplice seconda linea subordinata alla prima. Questo gioco di ambivalenze, che diventerà parte imprescindibile del DNA del brand, riflette l’interesse di Miuccia Prada per i paradossi. Forte e tenera allo stesso tempo, ma anche spontanea e politica, emotiva e intellettuale, la donna Miu Miu sfugge a ogni definizione grazie al suo saper essere cangiante e multisfaccettata. La sua ambiguità la rende indefinibile, ma allo stesso tempo familiare e coerente con l’estetica del brand.
Fin dalle prime stagioni, emerge una sorta di archetipo, volto a rappresentare questa visione femminile in cui irrequietezza sensuale e ribellione quasi naïf convivono nell’universo mutevole della ragazza Miu Miu, che non è mai uguale a sé stessa in un costante esercizio di testa che la porta ad essere, di fatto, indecifrabile. Già dalla prima collezione nel 1993, l’estetica del marchio entra in contrasto con l’opulenza dominante nella moda degli anni Novanta, quando la perfezione era incarnata dalle top model e da una visione di moda rigida nelle sue convinzioni. Allo stesso modo risulta distante anche dall’identità grunge che in quegli anni iniziava ad attraversare parte della scena americana, legata piuttosto alla parabola di Marc Jacobs da Perry Ellis.
Le campagne inaugurali di Miu Miu del 1994, scattate da Corinne Day, ritraggono la modella Rosemary Ferguson attraverso una lente neorealista, dove i tipici criteri di seduzione sono volutamente alterati, se non addirittura destituiti, proprio per andare a incrinare le tipiche rappresentazioni della bellezza canonica. Il 30 ottobre 1994 arriva un passaggio cruciale quando, poche stagioni dopo il lancio, Miu Miu presenta la sua prima sfilata a New York per la PE 1995. In passerella si vedono tessuti trasparenti e velour, nei colori cipria, avorio, ghiaccio e rosa: una tavolozza di tinte tenui, inaspettatamente contrastata da toni più acidi, oggi ben riconoscibili, come il verde lime. Le modelle scelte, tra le quali spicca una giovanissima Kate Moss, presente con sei uscite (!), rappresentano una sensualità cerebrale e allo stesso tempo discreta.
Rosemary Ferguson scattata da Corinne Day per Miu Miu Spring/Summer 1994
L’attenzione dell’industria è immediata e sancisce il successo della prima sfilata, oltre al riconoscimento di un linguaggio autonomo in grado di intercettare una nuova sensibilità generazionale, più delicata e volutamente imperfetta, in alternativa al minimalismo degli anni Novanta.
Consolidata la cadenza del proprio stile, Miu Miu inizia progressivamente a introdurre un reagente più incisivo nella propria comunicazione: il casting di celebrities. La prima è Drew Barrymore, al climax della sua impertinenza adolescenziale, per le campagne del 1995 scattate da Ellen Von Unwerth, che la ritrae avvolta in un’aura di romanticismo oscillante tra malizia e innocenza.
Drew Barrymore scattata da Ellen Von Unwerth per Miu Miu Spring/Summer 1995
L’anno seguente un’acerba Chloë Sevigny, pochi mesi dopo l’uscita di Kids (1995), film manifesto di Larry Clark sulla disillusione della gioventù newyorkese, apre la sfilata PE 1996 a Bryant Park, per poi diventare il volto della campagna firmata Juergen Teller. Si può intravedere da questo passaggio la propensione di Miu Miu, e quindi di Miuccia Prada, a dialogare con personalità complesse ed enigmatiche. Questo intreccio di soggettività è divenuto parte integrante del linguaggio del brand, che continua a lavorare con accostamenti inattesi di celebrities, includendo nella costellazione delle “Miu Miu Girls” donne intriganti e inconsuete come Emma Corrin, Elle Fanning, Kim Basinger o FKA Twigs.
Ciò che colpisce oggi è la continuità di quest’intuizione originaria, secondo la quale il brand sceglie di farsi rappresentare da personalità eclettiche e meravigliosamente singolari. Dall’apparizione di Drew Barrymore nel 1995, fino alle presenze contemporanee, il cast si è trasformato di stagione in stagione senza perdere mai coerenza. Le passerelle di Miu Miu sono diventate un punto d’incontro tra moda e cultura, dove convivono attrici, rapper, artiste e scrittrici, come a voler ribadire che l’identità del brand vive, da sempre, nella contraddizione e nella pluralità.
Miu Miu contribuisce senza dubbio a spostare il discorso sulla moda verso un territorio più culturale, porgendo un invito a permeare la propria identità di saperi diversi per scardinare noiosi preconcetti per benpensanti, anche attraverso la promozione di iniziative legate alla letteratura e al cinema.
A più di trent’anni dalla sua nascita, l’idea che anima Miu Miu è rimasta sorprendentemente intatta nel suo voler mettere in discussione la nozione di perfezione per veicolare una figura colta e disinvolta che possa esserne la sua acuta alternativa, ricordandoci oggi come sia necessario continuare a porsi delle domande per riaffermare la centralità della complessità.
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